Rodari 100

Rodari Gianni,
la prima volta
ti ho letto a sei anni
e sono ricordi
che ho sempre cari
quelle parole di
Gianni Rodari.

C’era la vita,
l’amore e la guerra
nella tua penna
di cielo e di terra.
In quel gran sogno
che l’occhio tuo vide
il mondo corre,
incespica e ride.

Penna arlecchino
che il pedante disprezza,
la tua morale
una forte dolcezza.
Dolce la voce,
la rima potente
che accarezza il cuore
e sorprende la mente.

Ogniqualvolta
rileggo i tuoi versi
che nell’infanzia
credevo ormai persi
l’occhio s’allarga
assieme al sorriso
stupore rinasce
in ogni ruga del viso.

Gianni Rodari
e se ora scrivo
solcando quei mari,
se nella lingua anch’io
sciacquo i miei panni
lo devo a te, sì, te
Rodari Gianni.

Filosofia del complottismo. Una lettura adorniana del rapporto tra fascismo e paranoia di massa

Pubblicato su Policic:

Il problema: autoritarismo e cospirazionismo

La questione del rapporto che lega posizioni politiche di “destra” più o meno radicale con fenomeni culturali di tipo “complottistico” è diventata sempre più urgente durante i mesi della quarantena dovuti alla COVID-19. Non solo il sovranismo, l’alt-right e i gruppi neofascisti hanno ripetutamente violato le disposizioni sanitarie disposte dagli Stati, contestandole come provvedimenti illiberali o “dittatoriali”, ma una fetta non irrilevante di opinione pubblica ha fatto sue, nelle scorse settimane, convinzioni, teorie e illazioni fantapolitiche nel tentativo di interpretare il significato della pandemia (si pensi al presunto legame tra profilassi, 5G, vaccini e Bill Gates). Il fatto che anche alcuni sinceri esponenti della sinistra radicale o dell’area anarchica abbiano di fatto avallato le stesse posizioni, sia in termini di violazione del lockdown, sia in termini di denuncia di un tentativo di instaurazione di una dittatura tecno-sanitaria, la dice lunga sull’importanza del fenomeno che abbiamo di fronte agli occhi. Le discusse posizioni “negazioniste” espresse da Agamben in alcuni suoi interventi hanno solo reso palese l’esistenza del problema[1].

Il presente contributo ha l’obiettivo di argomentare questo rapporto tra “fascismo” e “paranoia di massa” a partire da alcuni scritti di Adorno dell’immediato dopoguerra, poiché sembra offrano un quadro teoretico sufficientemente ricco e inquietantemente attuale per inquadrare il problema. Occorre precisare fin da subito che, in linea con il pensiero adorniano, non si intende parlare qui di “destra” in senso esplicitamente ideologico e politico. Semmai, come dovrebbe essere già chiaro da quanto detto sopra, il problema è che posizioni oggettivamente di destra possono essere fatte proprie in piena coscienza da persone che soggettivamente si ritengono di sinistra (e che magari lo sono, ma presentano tratti caratteriali che li spingono a elaborare il proprio pensiero in consonanza con quanto farebbe un fascistoide). La questione grave, come si vedrà, risiede nel fatto che la struttura soggiacente il ragionamento politico produce effetti di scivolamento a destra nel dibattito pubblico e nell’elettorato. Una struttura che forse è rimasta intatta e ha agito indisturbata per decenni, presentandoci il conto nella barbarie dello scenario politico odierno di diversi Paesi occidentali.

È chiaro che quando si vuole giudicare un discorso non per ciò che dice, ma individuandone i moventi o le cause “nascoste”, ci si espone a una doppia obiezione. Da un lato, si rischia l’accusa di voler screditare l’interlocutore, con una mossa da “maestri del sospetto”, senza affrontare nel merito le posizioni sostenute, considerando queste ultime mero effetto di qualcosa che si genera altrove. Un’obiezione apparentemente corretta da un punto di vista filosofico, che tuttavia cade qualora il discorso che tenta di mostrare la paranoia riesca a evidenziare un rapporto essenziale tra ciò che il paranoico dice e il perché lo dice, ovvero, qualora si mostri come la spiegazione extra-logica non solo riesce a chiarire la genesi ma anche la struttura del discorso che sottopone a critica. È proprio la messa in evidenza di questo isomorfismo che sconfessa la natura pseudo-logica del discorso paranoico e lo consegna alla sua causa remota.

Dall’altro lato, proprio questa ricerca di cause “nascoste” potrebbe esporsi all’accusa di essere a sua volta paranoide. Al che è agevole rispondere anzitutto che l’obiezione è formale (e dovrebbe, per essere presa seriamente in conto, proporre una analoga spiegazione di tipo genetico e strutturale). Inoltre, come vedremo in seguito, uno dei punti forti dell’argomentazione adorniana è proprio quello di non sottrarsi a questa obiezione e, anzi, di approfondirne il senso, arrivando a definire la paranoia un tratto caratteristico della conoscenza come tale. A tal proposito va precisato e ribadito che l’uso della categoria di “paranoia” non è psichiatrico, non intende investire gli individui di una patologia se non nella misura in cui essi si fanno portatori, inconsapevoli, di istanze sociali più ampie. In breve, quello che interessa qui è la paranoia come struttura sociale, non come qualità o difetto individuale.

Ciò che le analisi dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte intendevano mettere in luce all’epoca del fascismo era infatti un certo potenziale autoritario di massa, una disposizione psicologica (ma avente rilevanza sociale)che potesse contribuire a spiegare l’avvento dei regimi totalitari negli anni Venti e Trenta. Cosa aveva fatto sì che milioni di individui si consegnassero a una politica irrazionale, sacrificando i propri interessi immediati per assecondare parole d’ordine e leader così poco credibili, violenti, folli? La ricerca si mosse verso il disvelamento di pulsioni nascoste, di una struttura caratteriale diffusa ma latente, che attendeva le adeguate condizioni sociali, economiche e politiche per manifestarsi in tutta la sua virulenza.

Nelle pagine che seguono leggeremo e commenteremo tre testi: Gli elementi dell’antisemitismo[2] (che fa parte della Dialettica dell’illuminismo, scritta a due mani con Max Horkheimer), The Psychological Technique of Martin Luther Thomas’ Radio Addresses[3] e gli Studi sulla personalità autoritaria[4]. In queste opere si va delineando quella che in seguito Adorno e gli altri ricercatori della Scuola di Francoforte chiameranno una “sindrome autoritaria”. Il discorso sull’autoritarismo, come abbiamo già visto, va posto non in termini di esplicita adesione a un’ideologia di tipo autoritario, quanto dell’emergere di una certa disposizione ad accettare politiche autoritarie a determinate condizioni. Ciò implica la necessità di leggere in modo “sintomale”, potremmo dire – usando un’espressione di Althusser – comportamenti e discorsi, la necessità cioè di ricostruire come un puzzle o un rebus gli elementi disparati che solo nella loro unità e relazione reciproca, come costellazione, mostrano il proprio potenziale distruttivo.

L’aspetto più sorprendente di queste analisi è la loro inquietante attualità, un’attualità che avremo modo di misurare con cura. Oggi, in tempi in cui si denuncia un irrazionalismo dilagante, queste analisi potrebbero aiutarci a gettare una luce sulla logica interna di tale irrazionalismo, poiché il punto è proprio questo: al di sotto dell’apparente insensatezza, assurdità, demenza di alcuni comportamenti e discorsi c’è forse una struttura soggiacente che potrebbe permetterci di comprenderla e forse prendere delle contromisure[5]. Perché il problema che ci troviamo di fronte, come è evidente, è la difficoltà, persino l’impossibilità di confrontarsi e discutere con interlocutori che ci sembrano parlare da una stralunata distanza; la sensazione che si stia erodendo il terreno di una razionalità condivisa. Situazione insostenibile che non può che risolversi con l’uso della forza o, peggio, che potrebbe preludere a possibili catastrofi sociali di cui a fare le spese, come sempre, saranno le classi subalterne.

Il contenuto di verità della paranoia

  1. La paranoia come “ombra della conoscenza”

Una delle caratteristiche più interessanti dell’analisi francofortese è però, anzitutto, il tentativo di mostrare il contenuto di verità della paranoia stessa. Non solo, si vedrà, come tutti i fenomeni sociali essa è un modo di manifestazione dell’essenza e dunque dice, per quanto in forma distorta, una qualche verità; Adorno e Horkheimer radicalizzano e problematizzano il concetto stesso di paranoia ponendolo al centro delle questioni epistemologiche e sociologiche che emergono dal grande affresco della Dialettica dell’illuminismo. Si tratta di una posizione teorica importante perché in qualche modo accoglie e disinnesca dal principio l’alibi dietro cui si cela tanta parte del mondo cospirazionista: quello cioè di costituire una sorta di “pensiero critico” che verrebbe rifiutato e attaccato solo perché mette in discussione il dogmatismo della scienza “ufficiale” e dell’informazione “mainstream”. Le pagine degli Elementi dell’antisemitismo che Adorno e Horkheimer dedicano al tema della paranoia sono, da questo punto di vista, un potente antidoto contro questa mania del pensiero “vero perché controcorrente”.

La Dialettica dell’illuminismo, come noto, ricostruisce la storia della civiltà come processo di emancipazione umana interrotto perché si costituisce come progetto di dominio [Herrschaft] che è non in grado di superare il proprio duplice antagonismo interno: quello tra umano e non-umano, e quello tra le classi. Essa tenta così, attraverso questo intreccio, di descrivere gli elementi che, dall’interno dello sviluppo della civiltà, conducono alla costellazione omicida del fascismo. Due punti focali di tale costellazione, l’antisemitismo e il totalitarismo, si trovano in una relazione del tutto particolare con il fenomeno della paranoia. Da un lato, l’ebreo è nient’altro che il prodotto di fenomeni proiettivi: esso diventa, per così dire, il ricettacolo di tutto ciò che di “vile” e “subumano” l’umano espelle fuori di sé per costituirsi come “umano”. Dall’altro, il totalitarismo è il tentativo di produrre un ordine che non tollera, fino agli esiti mortiferi del genocidio, alcuna forma di devianza dalla sua norma, un ordine che considera ogni estraneità ed esteriorità minacciosa. Che l’antisemitismo sia da sempre legato a ipotesi cospirazioniste non è dunque un caso ma una caratteristica essenziale del pensiero e della prassi totalitarie. In questo frangente Adorno e Horkheimer propongono un’analisi attenta del fenomeno della “falsa proiezione” [falsche Projektion][6].

Essa è il contrario della vera mimesi, che è profondamente imparentata con la sua forma rimossa, forse è il tratto patologico in cui quella finisce per depositarsi. Se la mimesi si assimila all’ambiente, la falsa proiezione assimila l’ambiente a sé. Mentre per quella l’esterno diviene modello cui l’interno si adegua, familiarizzandosi con l’estraneo, questa trasferisce sull’esterno l’interno pronto all’assalto [sprungbereit] e fa assumere anche a ciò che è più familiare l’aspetto del nemico. Movimenti interni che il soggetto non ammette come propri e che tuttavia gli appartengono, vengono ascritti all’oggetto, a ciò che in prospettiva ne diventa vittima[7].

Come sorge allora la falsa proiezione e cosa la distingue dal normale atteggiamento mimetico, dal sostrato animale su cui si erge l’intero apparato cognitivo umano? La questione, come ora diremo, è che il meccanismo percettivo è costitutivamente proiettivo e questa proiezione porta con sé dei “giudizi”. La Wertfreiheit è casomai un esito (e mai definitivo), sicuramente non un punto di partenza. Non c’è modo dunque per l’ebreo di sottrarsi alla percezione paranoide: “chi viene scelto come nemico viene già percepito come nemico”[8].

Inizia qui una sottile ricostruzione del rapporto tra io e mondo, tra pensiero e realtà, che vuole sottrarsi tanto al costruttivismo soggettivo quanto al realismo oggettivo. Entrambi risultano infatti statici, astorici e asociali rispetto alla prospettiva francofortese. Non è vero che tutto sia mera proiezione, né che sia possibile fare a meno della proiezione e afferrare il puro “dato” là fuori. Quella che propongono Adorno e Horkheimer è un’analisi del sapere come ciò che è sempre gettato nel mondo, momento della praxis. A differenza dello spiritualismo heideggeriano e del materialismo volgare, tuttavia, qui il punto di partenza è una Umwelt animale: invece di porre l’umano come già costituito e trascendente la natura, oppure schiacciarlo su un’animalità intesa come processo materiale immanente, occorre sottoporre a scrutinio l’incessante, contraddittorio e fallimentare tentativo dell’uomo di emanciparsi da tale contesto. L’essere umano è qui descritto come genesi dall’animale che tanto più fallisce quanto più l’umano pretende di negare l’animale e contrapporgli quella capacità di dominio violento e irrazionale che invece è proprio il tratto che più lo ricaccia indietro nella dimensione della cieca lotta per l’esistenza[9].

In un certo senso ogni percezione è proiezione. La proiezione di impressioni dei sensi è un lascito della preistoria animale, un meccanismo a scopo di difesa o di cibo, prolungamento organico della predisposizione alla lotta, con cui le specie animali superiori, volenti o nolenti, reagivano al movimento, indipendentemente dall’intenzione dell’oggetto. Negli uomini la proiezione si automatizza, come altri meccanismi di difesa e di offesa che divennero poi riflessi[10].

È a partire da qui, tuttavia, che si costituisce nell’uomo “il mondo oggettivo”, il quale altro non è che l’esito di un continuo processo di raffinamento e di controllo della percezione/proiezione, reso possibile proprio dall’interazione sociale e dal rapporto mediato col mondo. È solo perché gli uomini si relazionano tra di loro che si costituisce quella misura a partire dalla quale è possibile iniziare a distinguere la mera proiezione dalla presenza di qualcosa che la eccede, da un “fuori”. Al tempo stesso, è solo da questo continuo andirivieni tra l’esterno e l’interno, dal costituirsi di un saldo e ricco mondo di cose là fuori che anche l’io si arricchisce e si definisce sempre meglio e in modo sempre più autonomo.

Quella proiezione automatica, lo strumento con cui l’animale affronta la lotta per la vita produce così inconsciamente il sistema delle cose, l’universo stabile, di cui la scienza costituisce semplicemente l’espressione astratta […]. Nella società umana, tuttavia, dove con l’imporsi dell’individuo viene a differenziarsi tanto la vita affettiva quanto la vita intellettuale, il singolo ha bisogno di un crescente controllo della proiezione, egli deve al tempo stesso raffinarla e saperla tenere a bada. Mentre, sotto la spinta della costrizione economica, egli impara a distinguere tra i propri pensieri e sentimenti e quelli altrui, sorge la differenza tra fuori e dentro, la possibilità della distanza e dell’identificazione, l’autocoscienza e la coscienza morale[11].

Per questo, osservano Adorno e Horkheimer, non c’è conoscenza che possa fondarsi su un dato “neutrale”, positivo, oggettivo:

la percezione contiene in effetti concetti e giudizi. Tra l’oggetto vero e l’indubitabile dato dei sensi, tra interno ed esterno, si spalanca un abisso, che il soggetto a suo rischio deve oltrepassare. Per rispecchiare la cosa come è il soggetto deve dargli più di ciò che ne riceve. Il soggetto ricrea il mondo seguendo le tracce che esso lascia nei suoi sensi: l’unità della cosa nelle sue molteplici qualità e stati; esso costituisce [konstituiert] così, retroagendo, anche l’Io nella misura in cui esso impara a fornire un’unità sintetica non solo alle impressioni esterne ma anche a quelle interne che progressivamente si distaccano da quelle.[12]

In questo modo l’identità dell’io si forma in un’unità dialettica con la molteplicità del mondo esterno, esso “si sviluppa come una funzione al tempo stesso unitaria ed eccentrica” la cui “profondità” [Tiefe] ha il proprio correlato proprio nella “ricchezza del regno della percezione esterna”[13].

L’elemento proiettivo non viene così tanto cancellato quanto sottoposto a un processo di mediazione sociale (tra la società e il mondo naturale) che è lo specifico della civiltà. Tuttavia, tanto più questo processo sviluppa un potenziale emancipativo e rende l’umanità nel suo complesso padrona della natura, tanto più la razionalità totalmente dispiegata in presenza di conflitti interni alla società stessa finisce per assumere tratti totalitari e paranoidi. Non potendo di per sé risolvere l’antagonismo sociale, la razionalità è costretta a tentarne una soluzione traducendolo su un piano formale, il quale finisce per retroagire sul soggetto paralizzandolo e distorcendone le possibilità di pensiero e di azione. In questo modo il fenomeno della proiezione si sdoppia e assume quel tratto maligno che osserviamo oggi. “Se l’intreccio [tra esterno ed interno, mondo e io] viene interrotto, l’io si irrigidisce”. Da un lato, l’io si riduce alla registrazione positivistica del dato, e “senza dare niente di suo rattrappisce ad un punto”. Dall’altro, in modo idealistico, esso “sviluppa il mondo dalla propria origine senza fondo [grundlose]” e si riduce “ad ottusa ripetizione”[14]. A far difetto, in entrambi i casi, è la Vermittlung, la mediazione, che, come vedremo, è un fenomeno al tempo stesso gnoseologico e sociologico. “La distinzione accade nel soggetto, che ha il mondo esterno nella propria coscienza ma che lo riconosce come altro. Così quella riflessione [Reflektieren], la vita della ragione, si realizza come proiezione cosciente [bewusste Projektion]”[15]. Quando la capacità di riflettere l’oggetto si interrompe, si interrompe anche la capacità di riflessione del soggetto su di sé e, così, la capacità di differenziare. “Invece della voce della coscienza, esso sente le voci; invece di rientrare in sé stesso per registrare i protocolli della propria ansia di potere, ascrive agli altri i Protocolli dei Savi di Sion”[16].

Prima di inoltrarci sulle determinanti sociali del fenomeno proiettivo paranoico, osserviamo ancora una volta come esso si accompagni sempre al processo conoscitivo “normale”. Ovunque l’intelligenza umana si concentri sull’esterno con l’intento di controllare, fissare, dominare ecc. essa agisce come prosecuzione della sopraffazione preistorica dell’animale. Anche quando si sublima in metodo scientifico, prescindendo dal processo soggettivo di costituzione del suo schema, finisce per sostituirlo alla cosa stessa: il sistema diventa la realtà[17]. “Il realismo assoluto dell’umanità civilizzata che culmina nel fascismo è un caso specifico di follia paranoica, che prima spopola la natura e alla fine si libera dei popoli stessi”[18]. Con questo Adorno e Horkheimer intendono denunciare il rischio per il pensiero contemporaneo di chiudersi in un sistema in cui l’efficienza finisce per prendere il posto della verità, poiché predilige la dimensione strumentale (la razionalità del mezzo, formale, tecnica) a scapito di quella che cerca di lenire l’antagonismo sociale (la razionalità dei fini, sostanziale, politica).

La critica francofortese alla razionalità scientifica, dunque, è più radicale di quella del complottismo, ma, proprio per questo, non perde mai l’aggancio alla ragione. Essa infatti coinvolge la razionalità nel suo complesso, mostrandone la dialettica interna, denunciando il modo in cui l’antagonismo con la natura finisce per trasformare in cieco meccanismo naturale lo stesso progresso tecno-scientifico che ignora l’antagonismo sociale. Non perché quel progresso sia in sé malvagio, ma perché la pretesa illuministica di applicare la scienza e la tecnologia alla società deforma la questione politica dei fini, sostituendole il criterio neutrale dell’efficienza. Tuttavia, né i fini né l’efficienza possono essere posti ignorando l’antagonismo sociale che surrettiziamente continua ad agire in essi. Si tratta tuttavia di processi oggettivi, né la critica di Adorno e Horkheimer al pericolo dell’assolutizzazione della razionalità strumentale sconfessa mai l’esigenza del progresso tecno-scientifico. Al contrario, il complottismo parte o da un’immagine della natura “incontaminata” rispetto alla quale la techne sarebbe da condannare in toto, o da una critica della scienza soggettivistica, in cui la scienza sarebbe piegata agli interessi personali di questo o di quello e quindi trasformata in “falsa scienza”.

È proprio l’ignoranza del doppio antagonismo (naturale e sociale) che sta al cuore della razionalità a produrre quel particolare fenomeno paranoico del fascismo che reagisce alla contraddizione oggettiva e alla miseria senza riuscire ad articolarla perché ne costituisce l’ultimo effetto. Il punto centrale dell’argomentazione di Adorno e Horkheimer, come si è detto, è che la distinzione tra un processo conoscitivo che giunge a buon fine e uno che manca il suo oggetto è il mancato padroneggiamento dell’elemento soggettivo della conoscenza, il controllo della proiezione. Così che il paranoico, in ultima istanza, non è uno che si abbandona all’immaginazione, bensì uno cui quest’organo fa difetto.

Nell’abisso dell’incertezza che ogni atto di oggettivazione deve oltrepassare si installa la paranoia. Poiché non si dà alcun argomento definitivamente conclusivo contro giudizi materialmente falsi, la percezione malata in cui quei giudizi proliferano si sottrae alla possibilità di guarigione. Ogni percezione contiene elementi concettualmente inconsci, così come ogni giudizio elementi fenomenici non chiariti. Poiché dunque la capacità immaginativa appartiene alla verità, può sempre sembrare, a chi ne è in difetto, che la verità sia mera fantasia e che la sua illusione sia la verità. Costui si appropria dell’elemento immaginativo immanente alla verità stessa proprio mentre lo denuncia costantemente. Egli insiste democraticamente sul pari diritto della sua follia, poiché, in effetti, anche la verità non è stringente in modo assoluto. Quando il borghese concede che l’antisemita sbagli, pretende come minimo che la sua vittima sia in qualche modo colpevole[19]

Ora, si tratta appunto di riattivare quell’elemento al tempo stesso “genetico” e “negativo” attraverso il quale il pensiero si autocorregge perché la follia non si sostituisca surrettiziamente alla verità nella forma di un iper-razionalismo perverso. Non esiste formula che possa dispensare dalla proiezione la cui assolutizzazione pure il pensiero ha il compito di interrompere attraverso la riflessione, né conoscenza oggettiva che possa prodursi senza il concorso dell’immaginazione. In questo senso, “la paranoia è l’ombra della conoscenza”[20].

  1. La paranoia come verità sociale distorta

Il lungo discorso appena condotto era necessario per avere una base teorica sufficientemente articolata per rispondere alle più comuni obiezioni del cospirazionismo, soprattutto quella che pretende di attribuire al pensiero complottista una qualche qualità “critica”. In realtà, il complottismo rovescia la pretesa critica della ragione in follia attraverso la dislocazione del medium della fantasia, che, ritraendosi dalla costruzione dell’oggetto, finisce per saturare l’intero orizzonte cognitivo in forma di pseudo-razionalità. Al posto della mediazione il complottista tesse la propria tela di ragno teoretica che avviluppa ogni cosa, si prodiga alla ricerca di nessi per lo più estrinseci, perché nulla possa sfuggire alla presa totalitaria: sentendosi vittima di un sistema ogni cosa finisce per rientrare potenzialmente in quel sistema. Al posto dell’incertezza che accompagna ogni ricostruzione ragionevole del reale, subentra una scepsi radicale verso tutto ciò che è verità “ufficiale” che non può mai, come osservano giustamente Adorno e Horkheimer, fornire una giustificazione assoluta ai propri asserti. Là dove il paziente lavorio della comunità del sapere produce faticosamente i suoi instabili oggetti, essa vede solo l’irrigidimento dogmatico. Nulla, infine, può scalzarne la granitica convinzione di essere nel giusto e che qualcosa “non torni”.

Come sostituto di quella interazione sociale che è uno degli ingredienti fondamentali dell’autocorrezione razionale della proiezione, subentrano “le fatali conventicole e panacee che si atteggiano a scientifiche e bloccano il pensiero: teosofia, numerologia, medicina naturale, euritmia, ascetismo, yoga e innumerevoli altre sette, in concorrenza tra di loro ma in realtà intercambiabili, dotate di accademie, gerarchie, linguaggi specialistici, di un formulario feticistico che mescola scienza e religione”[21]. Si tratta di costruzioni “apocrife” un tempo “screditate” che tuttavia guadagnano oggi, in un’epoca di eclisse della cultura, nuovo vigore proprio in conseguenza della “paranoia di massa” che si va diffondendo[22]. In che senso però oggi la cultura “si spegne [abstirbt]”?

Qui Adorno e Horkheimer introducono un importante elemento sociologico a integrazione del quadro epistemologico e gnoseologico appena fornito. Se nel passato, come suggeriva Freud, le religioni offrivano dei “sistemi nevrotici” condivisi in grado di tenere insieme la società, mediare lo scambio intersoggettivo, offrire una cornice, per quanto limitata, per la morale e l’azione, la secolarizzazione sottrae agli esseri umani l’etere spirituale in cui erano immersi e li isola per mezzo della stessa dinamica che invece infittisce sempre più gli scambi tra di loro. Il problema centrale della società contemporanea diventa quindi il progressivo spossessamento degli individui da parte di tendenze oggettive che, sia dal punto di vista economico, sia da quello politico, li privano dell’autonomia che sarebbe possibile in un altro ordine sociale. La paranoia fascistoide e il cospirazionismo diventano così elementi che permettono di esprimere questa insoddisfazione, “teorizzarla” e trovare un capro espiatorio che lenisca la sofferenza implicita in quella privazione di libertà senza tuttavia individuarne o toccarne le cause reali. 

Il diffondersi della proprietà borghese era stato accompagnato dal diffondersi della cultura [Bildung]. Essa aveva spinto la paranoia [medievale] negli angoli oscuri della società e dell’anima. Poiché tuttavia la diffusione di uno spirito illuminista non produsse di per sé l’emancipazione reale degli uomini, la cultura stessa si ammalò. Quanto meno la realtà sociale incamerava in sé la coscienza colta, tanto più quest’ultima subiva un processo di reificazione. La cultura [Kultur] divenne infine completamente merce, diffondendosi come informazione, senza penetrare più in coloro che se ne appropriavano[23].

Emerge così il fenomeno della “semicultura” [Halbbildung][24] il cui “sintomo” è appunto la paranoia. La semicultura è il tentativo maldestro e illusorio di spezzare il cerchio magico della cultura mercificata e feticizzata. Ma nel momento in cui pretende di sottrarsi all’ordine sociale, la semicultura ne rispecchia fedelmente i limiti, anzi li conferma, chiamandosene illusoriamente fuori. Per il semicolto “tutte le parole diventano parte di un sistema delirante, il tentativo di impossessarsi tramite lo spirito di un’esperienza che gli è preclusa ma, al tempo stesso, di imporre con la violenza un senso al modo che lo rende insensato”[25]. A differenza dell’incolto, infatti, il semi-colto “ipostatizza a verità il proprio sapere limitato”, non riuscendo a sopportare quella frattura sempre più dolorosa “tra interno ed esterno, tra destino individuale e legge sociale, tra fenomeno ed essenza”[26]. La “liquidazione del soggetto economico indipendente”[27] non solo costituisce così la base della decadenza di una cultura che non riesce a stare dietro alla trasformazione sociale, che la relega a “riempitivo” dell’anima; ma rende anche impossibile la riflessione e, con essa, la “coscienza morale”, che non è una qualità dell’interiorità, bensì l’impegno dell’io nei confronti del “sostanziale esterno”, del rapporto con l’interesse altrui, qualcosa che implica quella “compenetrazione di ricettività e immaginazione” che è propria anche del sapere teoretico[28].

Il capitalismo nella sua fase totalitaria perseguita tutto ciò che vuole sfuggire alle sue maglie (“felicità senza potere, salario senza lavoro, patria senza confini, religione senza mito”[29]) perché sa che i dominati aspirano a questo. Esso lavora così attraverso una serie di inversioni di cui dovremo ora occuparci. E per farlo dovremo entrare più nel dettaglio nella spiegazione psicoanalitica tentata da Adorno nelle opere successive, che integra e arricchisce quella filosofica e sociologica. Vedremo come già le sette che denunciano cospirazioni non fanno altro che proiettare sugli altri ciò che loro stesse sono e aspirano ad essere. Le masse, d’altro canto, vengono inconsciamente spinte a odiare ciò che desiderano e riescono a concepire l’amore e la salvezza solo nella forma della distruzione.

L’eccentrico autoritario

Negli Studi sulla personalità autoritaria, Adorno e i suoi collaboratori si dedicarono, come già accennato, alla definizione e addirittura al tentativo di misurazione empirica della “sindrome autoritaria” (la famosa “scala F”). Adorno lavorò assiduamente sia a fornire il quadro concettuale adeguato alla ricerca – riprendendo molte delle tesi elaborate insieme a Horkheimer nella Dialettica dell’illuminismo – sia tentando alcune interpretazioni “qualitative” del materiale fornito dai soggetti intervistati. Nell’ultima parte della ricerca vengono proposti alcuni “tipi psicologici” che costituiscono altrettante possibili varianti della personalità dai tratti potenzialmente autoritari. Uno di questi sembra riprendere l’accenno all’individuo semi-colto vittima di sette e teorie complottiste. È l’eccentrico [The Crank][30].

In termini psicoanalitici l’eccentrico viene definito un soggetto che riesce a venire a capo del problema della frustrazione solo attraverso un rifiuto di adattarsi al mondo esterno, essenzialmente una non accettazione del “principio di realtà”. Ciò deriva probabilmente da un insoddisfacente soluzione del complesso edipico che non ha permesso di stabilire un bilanciamento efficace del rapporto tra rinuncia e gratificazione. Questo conduce a un isolamento dall’esterno che, come abbiamo visto, inevitabilmente produce delle storture nel rapporto tra io e mondo, finendo per irrigidire entrambi i poli della relazione. Così, da un lato il mondo interno viene esaltato e contrapposto al mondo esterno: diventa ciò che essi hanno di più caro. Il mondo esterno, dal canto suo, viene fatto oggetto di un rifiuto che passa per fenomeni di tipo proiettivo: venendo percepito come sospetto finisce per essere vissuto come persecutorio. Il soggetto eccentrico, semi-colto, è portato così ad aderire a convinzioni, spesso a entrare in sette e gruppuscoli le cui pratiche gli permettono di incanalare la propria aggressività e compulsività senza violare apertamente il principio di realtà. Creandosi e confermandosi a vicenda una “pseudo-realtà”, questi soggetti sono disposti a credere a cospirazioni di ogni tipo[31]. Tra gli elementi interessati osservati da Adorno già in quel periodo, c’era sia la tendenza a credere nella natura come qualcosa di “incontaminato” e “puro”[32], sia un certo atteggiamento “magico” nei confronti della scienza (che poi non è altro che una forma inversa dell’atteggiamento pseudo-scientifico nei confronti del sovrannaturale di cui si è parlato sopra).

Se questo tipo di soggetto, come sembra, è il prototipo psicologico del complottista, in che modo il suo rifiuto del mondo viene a saldarsi con la politica di destra? Una politica che, come molti hanno osservato, sembra usare in modo consapevole fake news e ipotesi complottiste per indurre le masse in uno stato di mobilitazione permanente contro le istituzioni democratiche. Per rispondere a questa domanda dobbiamo leggere nel dettaglio l’analisi condotta da Adorno delle “tecniche psicologiche” di un agitatore politico-religioso degli anni Trenta.

La psicotecnica del fascismo

  1. Il soggettivismo cinico

Il testo in cui Adorno analizza i discorsi radiofonici di Martin Luther Thomas è una sorprendente messa alla prova degli elementi che abbiamo finora delineato e rappresenta una sorta di manuale della psicotecnica usata dal fascismo che getta una luce inquietante perfino sull’oggi. Adorno si concentra prima sulla personalità, o meglio sull’immagine pubblica, dell’agitatore per poi approfondire i temi ricorrenti e la struttura dei suoi discorsi. Il caso è particolarmente interessante in quanto si tratta di un predicatore sicuramente reazionario, di una delle tante sette protestanti americane, ma non dichiaratamente fascista. L’intento di Adorno, come si è già accennato, è quello di mostrare il potenziale fascista che attraverso i suoi discorsi potrebbe avere un’influenza decisiva sulla fetta di popolazione americana raggiunta da questo tipo di propaganda (prevalentemente anziani e donne lavoratrici di mezza età).

Il leader fascista, scrive Adorno, è anzitutto uno cui piace molto parlare di sé. Si tratta di un tentativo di spostare il discorso dal piano dei contenuti sociali ed economici a quello della vita personale. Il tentativo di evitare il piano “impersonale” del discorso ha un duplice scopo. In primo luogo, ovviamente, esso evita di articolare su un piano teorico i problemi, riducendone la complessità per adattarla al livello degli ascoltatori (che spesso non è diverso da quello dell’agitatore; in questi casi l’aspetto manipolatorio sta nel confermarsi reciprocamente la propria illusoria rappresentazione della realtà). In secondo luogo, tuttavia, e questo è senz’altro più importante, il discorso evita di porsi a un livello impersonale perché la “freddezza” dell’analisi oggettiva conferma la disperazione e l’isolamento degli ascoltatori. L’utilizzo di un linguaggio che fa riferimento all’intimità conferma come la “personalità” e la “unicità” degli individui siano diventati parte di una ideologia compensatoria, il tentativo di limitare l’effetto di estraneazione prodotto dalla progressiva irrilevanza degli individui nella società di massa. Attraverso il discorso personale, l’agitatore “non solo si riferisce agli interessi immediati dei suoi ascoltatori” ma usa questa confidenza in qualche modo per “colmare il vuoto tra le persone”[33].

Si potrebbe dire che quello del leader fascista è una sorta di soggettivismo cinico che sfrutta in modo calcolato l’anomia e l’alienazione del soggetto rispetto alle dinamiche sociali oggettive. Da un punto di vista psicoanalitico egli diventa così una sorta di imago dell’autonomia, ciò su cui gli ascoltatori proiettano il proprio desiderio di possedere quella personalità libera e autosufficiente che la realtà sociale nega loro. Il leader incarna così anche, nella visione ambivalente che ora dovremo descrivere più nel dettaglio, l’idea secondo cui il “debole diventa forte”[34]. Rappresenta perciò una sorta di “cornice vuota”[35] in cui sono possibili proiezioni contraddittorie, il che si adatta particolarmente alla tendenza del fascismo a fare promesse a gruppi sociali in contrasto tra loro, in modo incoerente ma sempre vago. Sarà necessario tornare più volte su questa sintesi di vaghezza e pseudo-concretezza che sembra essere lo specifico formale del discorso fascista e che appare, alla luce di quanto siamo andati dicendo sulla percezione e la proiezione, non solo una collaudata tecnica discorsiva, ma proprio il depositato irrazionale di una mancanza dal punto di vista della capacità di fare esperienza e della potenza autocorrettiva dell’immaginazione che ad essa dovrebbe accompagnarsi.

  1. Le cause sociali dietro queste tendenze

Come nel caso strettamente imparentato della paranoia, anche questa speciale forma di discorso “personale” trova una propria spiegazione nella condizione sociale dei soggetti cui è rivolta. E qui troviamo due accenni che risuonano particolarmente attuali nell’epoca dei populismi e dei sovranismi, con la loro sguaiata retorica anti-élite e l’uso di campagne ossessive sui social media. Da un lato, Adorno sottolinea come l’immagine del leader che si presenta come outsider sfrutta “in modo calcolato la diffusa avversione nei confronti del politico di professione e forse di ogni tipo di esperto, un sentimento che si basa sulla resistenza inconscia e profondamente radicata nei confronti della prevalente diffusione del lavoro”[36]. Dall’altro, fa riferimento al desiderio impellente da parte degli individui di notizie pruriginose, scandali, dettagli sui retroscena, ecc., che definisce una forma di “curiosità nevrotica”[37]. Questa è sicuramente incoraggiata dalle tecniche pubblicitarie dell’industria culturale nel suo complesso (dalla necessità di creare l’attesa fino all’insistenza sull’importanza di mostrarsi sempre “informati”[38]), ma qui assume una funzione politica specifica:

essa permette un gioco incontrollato dell’immaginazione e incoraggia ogni sorta di speculazione, implementata dal fatto che le masse oggi, poiché si sentono oggetti di processi sociali, sono ansiose di sapere ciò che succede dietro le quinte. Al tempo stesso sono psicologicamente disposte a trasformare i processi anonimi cui sono soggette nei termini personalistici di cospirazioni, complotti di poteri malvagi, società segrete internazionali ecc.[39]

Rientra in questa curiosità nevrotica, come si dirà, tutto il fenomeno oggi diffuso del clickbaiting che tanta parte ha nelle macchine propagandistiche populiste e che gioca non solo su questo tipo di curiosità verso il behind the scenes ma anche sull’ambivalente desiderio di leggere storie raccapriccianti (pensiamo alle pagine social dedicate ai “crimini degli immigrati”).

La retorica del “lupo solitario”[40] che ammanta il discorso del leader, infatti, fa leva esattamente su questa condizione oggettiva degli ascoltatori. Egli si presenta solo contro “gli altri che controllano la stampa, la radio – tutto. Lui non ha niente”[41]. Il sottotesto e le implicazioni di questa retorica sono devastanti e hanno facile presa perché si allineano alle tendenze oggettive di cui gli individui hanno un oscuro sentore e a cui rispondono precisamente, seppure in modo inconscio. Il discorso del leader, infatti, “allevia la paura universale e crescente della manipolazione” e, al tempo stesso, incoraggia “la convinzione semi-conscia che nessuna parola pronunciata nella sfera pubblica abbia significanza oggettiva, né rappresenti davvero le convinzioni private di chi parla”[42]. Ora, tanto la paura della manipolazione (anch’essa originatasi nella sfera della circolazione e dall’onnipresenza della pubblicità) quanto la sfiducia nel valore della parola nella sfera pubblica hanno una spiegazione in termini oggettivi, ovvero “la centralizzazione e monopolizzazione dei canali della comunicazione”, che a sua volta si fonda sulla “natura gerarchica della nostra organizzazione economica”[43].

In tale contesto appare paradossale ma conseguente il fatto che si ceda alla manipolazione e al fascino di un leader antidemocratico proprio attraverso la denuncia della manipolazione e del carattere non-democratico delle istituzioni. Il paradosso, insomma, di un attacco alla democrazia in nome della democrazia rappresenta il capolavoro della retorica del fascismo di cui ora dovremo descrivere la struttura fondamentale attraverso un’analisi del suo metodo discorsivo.

  1. Alcuni elementi ricorrenti del discorso autoritario-paranoide

Il discorso sulla mimesi percettiva va ripreso per chiarire le caratteristiche dello stile declamatorio del leader fascista, nonché delle reazioni che esso intende eccitare negli ascoltatori. L’aspetto espressivo fuori controllo dei volti e dei gesti, le tinte forti che accompagnano le parole dell’agitatore autoritario sono residui impazziti di mimesi, elementi inscenati per provocare negli ascoltatori uno “sfogo emozionale” [emotional relief] che ha un duplice scopo. Attraverso il pianto, la rabbia e l’autocommiserazione, il leader autoritario gioca sulla repressione degli impulsi emozionali da parte della civiltà. È ciò che in Dialettica dell’illuminismo viene definita “idiosincrasia razionalizzata”, ovvero la tacita intesa tra capi e masse fasciste nell’“abbandonarsi alla seduzione mimetica senza violare apertamente il principio di realtà, salvando, in tal modo, la decenza”[44]. Adorno cita gli isterismi, la gesticolazione, l’aspetto anche ridicolo dei fascisti al potere come esempio di mimesi fuori controllo. Ovviamente, in questi casi, “l’urlo è freddo come il business. Essi si appropriano del lamento della natura e ne fanno un elemento della loro tecnica”[45].

Quelle esplosioni emotive che nello sviluppo della civiltà sono state controllate e messe in subordine per esigenze di decoro rappresentano proprio per questo armi tanto più potenti in mano a chi ne solletica la manifestazione nel pubblico, ben sapendo che ciò che è represso a maggior ragione richiede un dispendio psichico considerevole per essere tenuto a bada dall’io. Al tempo stesso, l’incontrollata forza espressiva del discorso autoritario fornisce l’alibi per una gratificazione emozionale che risulta sempre più difficile ottenere nell’anonimato, nella dispersione e nei ritmi frenetici della società industriale. L’incrocio di queste due esigenze inconsce porta dunque a una soddisfazione regressiva perché invita costantemente a un indebolimento dei meccanismi di autocontrollo dell’io[46].

Tra gli elementi strutturali della comunicazione autoritaria c’è ovviamente il meccanismo proiettivo che si evidenzia, ad esempio, attorno a due topoi: quello dell’innocenza perseguitata e quello dell’infaticabilità. L’agitatore fascista si autorappresenta sempre come innocente, puro, nel senso della superiorità morale rispetto ai propri avversari. Proprio per questo è anche vittima di minacce e macchinazioni. Questo topos dell’innocenza si riversa anche sugli ascoltatori e la loro costitutiva “debolezza”; basti pensare alla retorica odierna sugli italiani che “soffrono” mentre “gli immigrati vivono negli alberghi” per colpa di misteriose ONG o irraggiungibili uomini d’affari come Soros. Si tratta, evidentemente, di un tentativo di “razionalizzare l’aggressività in forma di auto-difesa”[47]. Ci si sente minacciati dagli inermi per poter ancora meglio sfogare la propria aggressività verso di loro, giustificando gli impulsi distruttivi come reazione a una delirante percezione di pericolo.

Allo stesso modo, l’alacre leader ama dipingere se stesso e i propri ascoltatori come infaticabili lavoratori, incita al fare sempre e di più, al non fermarsi mai. “Curiosamente però”, scrive Adorno, “l’infaticabilità è anche una delle caratteristiche principali che vengono attribuite ai nemici. I bolscevichi non sono mai stanchi, lavorano alla sovversione giorno e notte, minano la struttura della società americana mentre la gente per bene dorme”[48]. Come non pensare alle accuse mosse recentemente dalla destra al governo Conte di aver firmato il MES “col favore delle tenebre”? Anche in questo caso l’elemento proiettivo è centrale: chi lavora scientemente alla incessante mobilitazione delle pulsioni popolari più distruttive (cercando ogni giorno un appiglio per urlare all’indignazione) vede negli altri una cricca che agisce nell’ombra, senza sosta, per portare il popolo alla rovina. Scrive dunque Adorno che ciò che si è e ciò che si detesta vengono accomunati alla radice da una struttura profonda che è, tra l’altro, quella che definisce il totalitarismo come sistema programmato per annientare ogni residuo di minacciosa alterità alla propria assolutezza. La mobilitazione permanente, sublimazione impazzita dell’etica del lavoro, esprime “l’odio fascista per il sonno – in senso lato, di non lasciare niente indisturbato”. Esso si accompagna a quel disprezzo generale che abbiamo già visto negli Elementi dell’antisemitismo[49]per la pigrizia (anche qui si pensi all’immagine odierna dei migranti “pagati per non fare niente”) e per ciò che vuole essere lasciato in pace: tutto ciò insomma che i dominati schiacciati dal meccanismo sociale inconsciamente anelano e che invece devono imparare a odiare perché l’adattamento al corso del mondo rende impossibile e nemico quel desiderio. Ecco quindi che “l’infaticabilità è l’espressione psicologica del totalitarismo”[50].

Un altro aspetto importante del discorso autoritario è che il leader non si presenta come una figura paterna. “L’agitatore che desidera che i propri seguaci si identifichino con lui e lo imitino non si presenta solo come loro superiore, come l’uomo forte, ma anche simultaneamente come l’opposto. È debole come loro”[51]. Il suo discorso invita dunque a entrare a far parte di un “collettivo di figli” che deve appunto compensare psicologicamente la debolezza di tutti gli individui che ne fanno parte, radunandoli attorno a un’idea astratta e vaga (sia essa la nazione, il sangue o, potremmo azzardare, l’essere “cittadini”). È importante sottolineare questa ambiguità del sentirsi uguali nell’atto stesso con cui si riconosce la figura del leader che suscita fenomeni di identificazione proprio perché, come abbiamo già visto, nega la distanza, la freddezza e l’autorità del padre. A livello edipico questo non significa solo, come ovvio, che il discorso fascista attrae costitutivamente tutti coloro in cui il conflitto col padre non ha dato vita a un’accettazione del Super-Io e allo stabilirsi del principio di realtà (dunque la frangia asociale, potenzialmente criminale, il tipo psicologico del “ribelle e dello psicopatico”[52] descritto negli Studi sulla personalità autoritaria), ma anche e soprattutto coloro che rimangono affascinati dal ribellismo anarcoide perché costituisce comunque una forma di appagamento pulsionale che sfida la norma sociale che va loro stretta.

Hitler ha definito il tipo dell’eterno adolescente al potere, del figlio frustrato che trasforma il proprio odio represso nei confronti del padre in identificazione col potere arbitrario e disponente. In quella che parafrasando Marcuse potremmo chiamare “l’obsolescenza del Padre”[53], si manifesta “il declino della famiglia come unità economica autosufficiente e indipendente nell’attuale fase dello sviluppo sociale”[54], riconoscendo anche in questo caso come la Scuola di Francoforte – lungi dal cedere a un facile psicologismo – abbia costantemente tentato di operare una sintesi, certo problematica, tra il piano sociologico e quello psicoanalitico[55]. È molto importante sottolineare questo punto rispetto alle distorsioni di un Fusaro, che interpreta erroneamente la teoria francofortese sul declino della famiglia sotto il capitalismo nel bislacco tentativo di appropriarla al fronte sovranista e populista e al suo recupero dei valori “tradizionali” in polemica con la “sinistra arcobaleno” che, in combutta con misteriose élites, celebrerebbe l’individuo atomistico asservito al mercato.

Questa fissazione alla tradizione si lega a un altro importante topos del discorso fascista: il lamento sui “bei tempi andati”[56].

Esso consiste nel porre un’enfasi speciale su ciò che è antiquato ed obsoleto nelle proprie azioni e nell’ambiente. […] [L’agitatore fascista] capitalizza il risentimento e la frustrazione confermando la genuinità [homeliness] di coloro che non possono permettersi cose belle come si trattasse di un modo di vita moralmente superiore[57].

Non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza di questa critica ai good old times, alle forme sociali pre-capitalistiche che tanto peso ancora hanno nell’immaginario di tanta area antagonista e anarchica[58]. Si tratta, come sottolinea qui crudamente Adorno, di una celebrazione dell’obsoleto da parte di coloro che non riescono a stare al passo, che vengono lasciati indietro dal processo sociale. In questa lode dell’obsoleto, con il suo sottolineare la bellezza di ciò che non è più, della schiettezza, della semplicità, dell’immediatezza perduta – che poi spesso non rappresentano altro che proiezioni retrospettive e nostalgiche – sono in gioco, scrive Adorno, dei tratti “ascetici, antisensuali e antiedonisti”[59]. Essi si collegano anche alle tendenze masochistiche all’auto-sacrificio proprie della personalità autoritaria, che viene così “ricompensata dal dubbio piacere di una indefinita superiorità interiore”[60].

  1. Emotional planning e sistema paranoide

Il metodo dell’agitatore fascista si manifesta nell’organizzazione del suo discorso, un’organizzazione in cui il come vengono dette le cose è più importante del cosa si dice[61]. Gli obiettivi politici espliciti, osserva Adorno, sono infatti caratterizzati da quel misto di vaghezza e pseudo-concretezza cui abbiamo accennato sopra. Non solo essi rimangono vaghi in quanto parte del loro contenuto deve rimanere celato per motivi, per così dire, tattici, ma, più radicalmente, rimangono vaghi perché tali non possono non essere, mancando appunto non solo la volontà ma anche la possibilità di darvi attuazione. Quando essi vengono formulati in modo appena più scoperto e preciso, infatti, si mostrano non solo contraddittori (come si è visto sopra, il fascismo tende a fare promesse a gruppi sociali diversi e in contrasto tra di loro) ma mostrano tutto il proprio carattere astratto, assurdo e infantile[62]. Allo stesso tempo, e di converso, questo tipo di discorsi tende a fissarsi nevroticamente su aspetti concreti o pseudo-concreti dell’esperienza; su questioni immediate isolate da ogni contesto; oppure, preferibilmente, sullo scandalo del giorno, sulla corruzione o su storie di degrado urbano, preferendo ricorrere alla diffamazione personale, quando non direttamente all’incitamento al linciaggio. Vago nelle promesse ai suoi accoliti, il discorso fascista e paranoide è molto preciso su ciò che vorrebbe fosse fatto alle sue vittime.

Ma è soprattutto la forma del discorso a dare indicazioni sulla sua funzione che non è mai informativa o dimostrativa, semmai performativa. Essa non deve convincere, deve rinsaldare pregiudizi e spingere all’azione in conformità con i suoi scopi anti-democratici. Questo tipo di discorsi è interamente “illogico” da un punto di vista della logica argomentativa; ma non solo non è “casuale” o “assurdo”, è anzi perfettamente “razionale”, dal momento che lo scopo della sua struttura interna è produrre effetti sulla psiche di chi ascolta.

Non c’è nessun preciso e trasparente rapporto tra premesse e conseguenze, cause ed effetti, dati e concetti. Sarebbe un errore, tuttavia, attribuire questa mancanza di logica discorsiva ad una mancanza di capacità intellettiva. […] La mancanza di logica oggettiva […] è dovuta a considerazioni piuttosto logiche sulla psicologia degli ascoltatori e sul modo migliore per raggiungerli […]. Una delle caratteristiche di fondo della propaganda fascista e antisemita [è] la natura interamente calcolata e latamente razionale del suo irrazionalismo, non solo in riferimento alla filosofia irrazionale che essa implica, ma anche rispetto ai suoi effetti irrazionali[63].

Adorno chiama questo metodo discorsivo emotional planning, pianificazione emotiva o emozionale. Esso fa tutt’uno con la natura “ateoretica” delle convinzioni politiche del fascismo[64]. “Il suo regno sono fatti irrelati, isolati, opachi o, piuttosto, immagini di fatti. Più essi vengono presentati in modo isolato, più alcuni temi favoriti attirano tutta l’attenzione dell’agitatore e dell’ascoltatore, meglio è per il fascista”[65]. Solo attraverso questo processo, ricorrendo a pseudo-argomenti o pseudo-fatti, è possibile colpire i “punti nevralgici” e ottenere l’effetto emotivo desiderato. In realtà, “non ha luogo alcuna argomentazione”, spiega Adorno; il “trucco” consiste nel fatto che si danno per assunte le “conclusioni” cui si pretende di arrivare e che di fatto coincidono con le convinzioni degli ascoltatori[66]. Il meccanismo logico di base di tutto il discorso è dunque “l’identificazione o piuttosto l’incasellamento”. Nel rigido schema che lo sottende, il discorso autoritario ha un posto dove collocare ogni cosa, ciò che è emotivamente piacevole e ciò che è disdicevole o ripugnante all’ascoltatore. Esso non chiede altro a quest’ultimo che completare l’azione di identificazione accompagnandola emotivamente. Gli ascoltatori “sono supposti vivere intellettualmente di momento in momento, cioè di reagire ad affermazioni isolate, logicamente sconnesse, piuttosto che a una coerente struttura di pensiero. Sanno ciò che vogliono e ciò che non vogliono ma non possono distaccarsi dalle proprie reazioni immediate ed atomistiche”[67].

Il leader fascista cerca quindi di “dare dignità a questo pensiero atomistico spacciandolo per una forma di processo intellettuale”. È esattamente questa la funzione del sistema paranoide che egli appronta, in cui tutto può essere associato con tutto (ieri, il comunista ebreo in combutta con il finanziere ebreo, oggi l’immigrato o il musulmano stipendiato da Soros, lo scienziato in combutta con Bill Gates, ecc.). Una cosa è certa: nel suo progetto di “rigenerazione”, non importa quanto vago, cartesianamente ben chiari e distinti sono i “degenerati” che vanno perseguitati e puniti[68]. Le parole si associano con lo scopo dichiarato di creare un crescendodi indignazione che può certo anche interrompersi nel momento opportuno, magari per lasciare sempre “la strada aperta alla ritirata”, ma hanno comunque uno scopo emotivo preciso: “eccitare l’odio e la violenza senza commetterli direttamente”[69]. Il pogrom è il suo eterno non detto.

L’attacco alla democrazia in nome della democrazia

Quando Adorno scrive che questa sorta di “monologue intérieure” del fascista, fatto di associazioni di idee sconnesse, ha come fine un analogo flusso di coscienza in chi ascolta, “sostituendo uno schema paranoico al processo razionale”[70], sta anche dicendo che il suo vero scopo, attraverso l’eccitazione pulsionale, l’indebolimento dell’autocontrollo emotivo, ecc., è “dismettere l’elemento di resistenza che è implicito in ogni atto di pensiero responsabile”[71]. È esattamente questa irresponsabilità del discorso autoritario che mina alla radice il processo democratico, demolendone le fondamenta, attraverso quella crisi della razionalità condivisa di cui siamo ancora oggi testimoni.

Non sorprendentemente, anche la democrazia viene attaccata dal fascismo sotto forma di proiezione paranoica: proprio coloro che lavorano alla sua distruzione lamentano la mancanza di democrazia. Questo vale, oggi, tanto per i sovranisti quanto per i complottisti: coloro che non sanno porsi sul piano oggettivo di un processo democratico reale, nelle istituzioni politiche o scientifiche, ne denunciano formalmente e soggettivamente l’aspetto dispotico. È, scrive Adorno, “il ben noto stratagemma fascista di gridare al lupo ogni volta che un governo democratico centrale mostra un qualche segno di forza”[72]. C’è infatti un forte anti-statalismo nell’autoritario che si trova allontanato dal potere e che lo porta a lottare, almeno verbalmente, contro il “centralismo” e la “burocrazia” in quanto sarebbero “contrari all’interesse della gente”[73]. È probabilmente sul terreno di questa lotta contro lo Stato che abbiamo potuto vedere, nei mesi della quarantena dovuta alla COVID-19, rappresentanti dell’area anarchica e antagonista offrire gli stessi slogan e proporre le stesse pratiche di disobbedienza dell’alt-right e dei sovranisti come Trump e Bolsonaro.

Anche in questo caso si può osservare come una condizione di oggettiva difficoltà – la possibilità di una democrazia reale sotto il capitalismo, “il conflitto tra la democrazia formale e la concentrazione economica”[74] – finisca per giustificare gli sforzi di coloro che semplicemente ignorano la sostanza dei processi democratici effettivi. Perché se pure è vero che le istituzioni politiche o scientifiche sono lungi dall’essere perfette, chi agisce disconoscendone la legittimità e la difficoltà in realtà lavora semplicemente alla loro liquidazione.

Un elemento altrettanto interessante ribadito da Adorno è l’assoluta centralità del tema delle tasse, che sembra svolgere un ruolo particolarmente importante nella psicologia dell’autoritarismo.

La mentalità del contribuente tartassato (reale o sedicente tale) e il suo intrinseco antagonismo al governo centrale sono risorse psicologiche della propaganda fascista. […] Non c’è dubbio che c’è più spreco e corruzione in paesi dove sono al potere gruppi incontrollati e prepotenti piuttosto che in nazioni democratiche. Nei paesi totalitari i casi di corruzione sono tenuti nascosti e il tema raramente emerge nella discussione pubblica. Il fatto che le democrazie permettano di discuterlo apertamente crea l’illusione che la democrazia sia terreno fertile per la corruzione[75].

Non solo il fatto di non vedere effetto immediato all’esborso di denaro in tasse è insopportabile per chi ha dei processi sociali una rappresentazione semplificata e stereotipata, ma la vera e propria furia che spesso si accompagna alla convinzione di essere stati “derubati” evidentemente rappresenta un tratto caratteriale tipico della sindrome autoritaria. Non a caso, si legge nella Personalità autoritaria, i nazisti sfruttarono la “rabbia sociale” associata alla questione delle tasse garantendo nei primi anni di governo una specie di “condono”[76]. Il fatto che oggi non ci sia praticamente rappresentante della sinistra istituzionale in grado di dire una parola chiara sul tema delle tasse è forse una delle spie più nascoste ma più evidenti del radicale spostamento a destra dell’elettorato.

In che modo però l’autoritarismo contemporaneo può recuperare una istanza di autorità nell’epoca del declino delle autorità tradizionali? Adorno ribadisce come anche l’elemento religioso venga ormai sfruttato in modo capzioso: la religione di cui si serve l’autoritarismo non reca alcuna traccia del suo passato vivente, essa viene “neutralizzata”[77] ridotta a una scelta arbitraria di temi per lo più a sfondo antiliberale (non c’è bisogno di sottolineare quanto questo aspetto sia di scottante attualità in tempi in cui temi religiosi celebrano il proprio trionfo per bocca di politici integralmente laici e smaliziati).

Diventa allora centrale il tentativo di costruire quella “entità” fittizia che si è visto rappresentare il “collettivo dei figli”, qualcosa che deve essere posto al di sopra degli individui e in cui tuttavia gli individui stessi finiscono per annullarsi. I punti archimedici di questa costruzione immaginaria sono, come noto, la “testa” e la “base”. Il capo è un elemento indiscusso della retorica fascista, che deve sempre caratterizzarsi con termini che stanno a metà tra la magia e la reclame[78]. È il caso di Duce e di Führer,ma anche – perché no? – di Capitano: termini feticizzati “il cui statuto psicologico è paradossale. Combinano la devozione irrazionale da parte dei seguaci con la razionalità secondo la quale egli sarebbe il più adatto a svolgere il lavoro e i seguaci dovrebbero riconoscerlo come il migliore”[79]. Affine a questo uso magico-pubblicitario della parola c’è il ricorso alle cifre, a statistiche “totalmente inventate”. Anche in questo caso, il desolante scenario politico di oggi si illumina in modo inquietante se paragonato a quello di novant’anni fa:

Operare con cifre di fantasia è un’abitudine consolidata dei nazisti. L’apparente esattezza scientifica di ogni serie di cifre ammutolisce la resistenza contro le bugie che si nascondono dietro quelle cifre. Questa tecnica, che potremmo chiamare il trucco della “esattezza dell’errore” è comune a tutti i fascisti. Phelps, per esempio, usa simili figure fantasiose circa il flusso di rifugiati nel suo paese[80].

Ma è soprattutto “alla base” che si deve operare per produrre un senso di appartenenza e unità in grado di garantire l’adesione a un principio autoritario super-individuale. Ciò avviene, scrive Adorno, anzitutto ricorrendo al dispositivo logico del bandwagon, argomentando in favore di ciò che “la maggioranza pensa”. Ma è chiaro, scrive Adorno, che in tal modo si sostituisce il concetto formale operativo della maggioranza con uno materiale ed empirico. In tal modo la maggioranza viene “ipostatizzata” e diventa un “fine in sé stesso, piuttosto che un mezzo. Così, certi tratti della popolazione che sono dovuti a processi sociali non democratici e antidemocratici nello spirito, possono essere assunti e diffusi come l’ultima parola in democrazia, semplicemente perché sono caratteristici della maggioranza”[81]. La maggioranza diventa norma e le minoranze devianze. È su questa base, nota acutamente Adorno, che lo stesso parlare di “problema” delle minoranze prelude a una gestione terroristica delle vite degli individui, potenzialmente al genocidio:

In una democrazia l’antisemitismo ha vinto la sua prima vittoria quando si permette di continuare con la farsa di tale ‘problema’. È una vittoria particolarmente facile e pericolosa, poiché il termine ‘problema’ appare essere neutrale e scientifico. Ma di fatto questo termine produce una segregazione concettuale degli ebrei e implica che essi saranno oggetto di certe speciali misure amministrative.[82]

Similmente nella Personalità autoritaria:

Mentre si mantiene la parvenza dell’oggettività, l’implicazione è che gli ebrei siano il problema, un problema, cioè, per il resto della società. Non c’è che un passo da questa posizione all’idea implicita che questo problema debba essere affrontato secondo le sue esigenze specifiche, cioè la natura problematica degli ebrei, e che questo condurrà naturalmente fuori dai limiti delle procedure democratiche. Inoltre, il “problema” esige una soluzione[83].

È del tutto evidente che laddove ancora oggi si parla di “problema dell’immigrazione” la questione non è cambiata di una virgola. Il problema dell’immigrazione sono gli immigrati, cioè il loro fare problema al resto della società, alla “maggioranza”.

Non a caso l’ultimo tassello di questo puzzle composito che guida il discorso dell’agitatore fascista è il “richiamo all’unità”[84]. Si tratta ovviamente di un’unità spuria. Il “tutti” cui ci si riferisce è sempre una parte per il tutto. Adorno nota, correttamente, che ogni discorso sull’unità dimentica sempre di denunciare le cause che producono la disunità reale[85]. L’unità che si va cercando è un’unità in cui non c’è posto per tutti, non c’è posto per chi, anche solo con la propria esistenza, “disgrega”. È dunque un’unita esclusiva, è l’unità del plain folk, della gente semplice dai “sani istinti”, lavoratrice, pragmatica[86]. Un’unità che quindi si contrappone alle élites economiche e politiche ma anche agli intellettuali, capaci solo di “criticare” e odiosamente esentati dal peso del lavoro materiale. Anche in questo caso, l’anelito e il disprezzo si fondono grazie all’ambigua natura della proiezione. Nel mondo disincantato il fascismo è la magia restaurata che, ossessionata dall’identità, precipita ogni cosa nell’indistinzione.

L’indignazione magica e il terrore apocalittico

Gli ultimi due elementi del discorso paranoide chiariscono questo punto con precisione: si tratta dell’indignazione e del terrore. Tutto l’armamentario finora visto si condensa in queste due reazioni emotive il cui destino è canalizzare l’orrore per il mondo, scatenare un desiderio di morte, tanto più irresistibile quanto più abbraccia, assieme all’oggetto, il soggetto stesso che se ne sente perseguitato. Nel caso dell’indignazione, come già osservato rispetto al fenomeno odierno del clickbaiting, l’indignazione monta perché l’agitatore fascista addita al suo pubblico ciò che deve scioccarlo e scandalizzarlo. L’identificazione dell’elemento corrotto, la sua denuncia moralistica, rientra d’altronde in quella tendenza alla “personalizzazione” che cerca capri espiatori in grado di sopperire alla mancata conoscenza dei processi oggettivi che producono, assieme al malessere, il fenomeno dell’indignazione che distoglie dalle vere cause di quello. Non solo. Questa compulsione a vedere la corruzione – da quella sublimata delle élites (fare denaro senza fatica, tramare nell’ombra, soggiogare i popoli, ecc.) a quella diretta dei migranti (lo sporco, la pigrizia, gli stupri, ecc.) – è solo l’altra faccia del godimento nell’ascoltare la storia di depravazione, quando non desiderio represso di commettere noi stessi ciò che è vietato[87]. Tutto ciò che è tabù per la civiltà ispira un piacere che si lega in modo sottile allo sdoganamento della crudeltà e del godimento che ad essa perversamente si associa.

Tutto questo inizia da ciò che Adorno stesso chiama le “immagini di fatti” che l’agitatore fascista sventola, come un drappo rosso, davanti agli occhi della folla anonimamente inferocita. Ma non si può escludere, come a volte purtroppo è accaduto, che dalle immagini di fatto si passi alle vie di fatto contro quelle immagini. E nel sistema paranoico l’immagine è, come si è visto, il risultato proiettivo dietro cui si cela una realtà non compresa e che quanto più non viene compresa tanto più istiga all’odio e all’annichilimento da parte del soggetto che pretende di avere il controllo della situazione. Chi racconta “storie atroci di natura totalmente fantastica, simili ai Protocolli dei savi di Sion”, scrive Adorno, “costruisce un sistema paranoico per poi attaccarlo”. Ed è qui che l’aspetto perverso di questa magia moderna si manifesta nel modo più atroce.

Questo meccanismo è di particolare importanza poiché spiega la tendenza profonda del fascismo ad attaccare le immagini piuttosto che ciò che esse possono rappresentare.  […] [Esso] riconosce in modo consapevole o inconsapevole nei suoi ascoltatori un’attitudine “paranoica”, una specie di mania persecutoria che agogna alla conferma delle proprie paure. […] Lo schema generale di questo immaginario è la caratterizzazione del Comunismo con una cospirazione. Concetto che non rappresenta altro che un riflesso della natura cospirativa del racket cui egli [il fascista] appartiene. […] L’attacco psicologico non è diretto tanto contro gli ebrei per come sono, quanto contro un’immagine mitica degli ebrei, un amalgama di osservazioni, resti di immaginario arcaico e proiezioni di pulsioni psicologiche. Nei tempi antichi un’immagine magica veniva distrutta al fine di uccidere l’uomo che rappresentava. Oggi possiamo quasi dire che è vero il contrario: gli ebrei stessi vengono distrutti al fine di ferire l’immagine.[88]

Questa sorta di “pensiero magico” restaurato accompagna anche l’estrema forma di delirio del pensiero autoritario che probabilmente ne condensa l’essenza: quella che lega l’immagine della salvezza alla distruzione del mondo. Il linguaggio paranoide dell’autoritarismo mira a “terrorizzare” i suoi adepti certo per indurli ad accettare uno stato di terrore permanente. Ma il prolungamento di questa tendenza conduce oltre l’orizzonte storico al punto di indistinzione tra paura e desiderio, tra distruzione e autodistruzione.

Non fa affidamento tanto sul loro desiderio di felicità, quanto sulla paura che le cose potrebbero andare sempre peggio, mentre costantemente sottolinea il fatto che essi sono già ora disperati. […] La promessa implicita nella propaganda del terrore è piuttosto quella della distruzione come tale. Questo ci porta a qualificare meglio la nostra tesi dell’ambivalenza. Sarebbe forse troppo razionalistico assumere che le atrocità mostrate siano necessariamente quelle che si vogliono commettere contro il debole, benché indubbiamente questo impulso giochi un ruolo centrale. Ma la componente masochistica non è meno sviluppata di quella sadica. Il fascista potenziale potrebbe desiderare l’auto-distruzione non meno di quella dei suoi avversari.[89]

Adorno osserva come questo elemento possa essere rintracciato non solo nella retorica del sacrificio di sé che abbiamo già visto in certi tratti “ascetici” e “antiedonistici”, ma anche in una sorta di oscura coscienza del fatto che il fascismo stesso sia in qualche modo condannato dal suo stesso irrazionalismo al fallimento. La violenza del fascista potrebbe essere qui l’altra faccia della sua disperazione, nella misura in cui inconsciamente “comprende che la sua soluzione non è una soluzione e che, alla lunga, egli è spacciato. […] L’annichilimento è il sostituto psicologico del Millennio – il giorno in cui la differenza tra l’io e gli altri, tra il ricco e il povero, tra il potente e l’impotente saranno cancellati in una grande e inarticolata unità”[90].

Questo sottofondo apocalittico del pensiero autoritario sembra essere tanto più necessario in quanto il ricorso al terrore e alla disperazione potrebbero rivelarsi propellenti di un’azione rivoluzionaria di segno opposto – quella che, compresa la natura degli antagonismi che scuotono la società, si muove in direzione dell’organizzazione della solidarietà verso l’altro, piuttosto che nell’arroccamento identitario. Esso “ruba il concetto della rivoluzione” e vi sostituisce “l’idea della catastrofe”, la quale implica “un cambiamento radicale privo di qualsiasi specifico contenuto sociale”[91]. Poiché “nessuno guarda oltre la fine del mondo”, gli attori sociali vengono privati della propria “spontaneità” e ridotti di nuovo a osservatori di processi che passano sopra le loro teste, questa volta però mitologizzati in forma apocalittica: spettatori della fine[92]. Perfino la rappresentazione della distruzione del mondo può essere oggetto di godimento inconscio per chi non riesce ad articolare il gioco della proiezione e distinguere, dentro di sé, le tracce contraddittorie che il duplice antagonismo naturale e sociale vi lascia.

Abbandonarsi al pensiero del complotto mondiale, col suo portato di palingenesi e disumanizzazione, non è che una forma di piacere sadomasochistico, l’estremo rifugio del ribellismo impotente in cui non c’è più differenza tra la distopia tecnocratica e l’Eden della natura incontaminata. È questo, conclude Adorno, il compito ultimo del pensiero paranoico e autoritario: “l’unificazione dell’orribile e del meraviglioso, l’ubriacatura di un annichilimento che pretende di essere la salvezza”[93].


[1] Si vedano i vari interventi pubblicati sul blog personale dell’autore ospitato dalla casa editrice quodlibet: da “L’invenzione di un’epidemia” (26/2/2020) al più recente “Biosicurezza” (11/5/2020). Chi storce il naso di fronte all’accusa di negazionismo sembra ignorare il fatto che Agamben non cessa di parlare di “supposta pandemia” e di “scenario fittizio” dal primo all’ultimo dei suoi interventi.

[2] Th.W. Adorno – M. Horkheimer, Dialektik der Aufklärung, in Th. W. Adorno, Gesammelte Schriften, vol. 3, Suhrkamp, Frankfrut a.M. 1987, pp. 192 e sgg.

[3] Th.W. Adorno, The Psychological Technique of Martin Luther Thomas’ Radio Addresses, in GS, vol. 9-1, pp. 11-141.

[4] Th.W. Adorno et al., Studies in the Authoritarian Personality, GS, vol. 9-1, pp. 143-509. A questi si può aggiungere un testo nel complesso derivativo e dalle implicazioni meno radicali come Freudian Theory and the Pattern of Fascist Propaganda, in Id., Soziologische Schriften I, GS 8, pp. 408 e sgg.

[5] Questo aspetto “pratico” caratterizza molte delle opere scritte dai francofortesi durante il periodo dell’esilio americano: costituivano il tentativo di identificare i tratti potenzialmente fascisti della società statunitense con l’esplicito scopo di trovare strategie in grado di impedirne la diffusione e l’affermazione politica.

[6] Th.W. Adorno – M. Horkheimer, Dialektik der Aufklärung, cit., p. 211.

[7] Ivi, pp. 211-212.

[8] Ibidem.

[9] Cfr. M. Maurizi, Al di là della natura. Gli animali, il capitale e la libertà, Novalogos, Aprilia 2011.

[10]  Th.W. Adorno – M. Horkheimer, Dialektik der Aufklärung, cit., p. 212.

[11] Ivi, p. 213.

[12] Ivi, pp. 213-214.

[13] Ibidem.

[14] Ibidem.

[15] Ibidem.

[16] Ivi, pp. 214-215.

[17] Ivi, p. 218.

[18] Ibidem.

[19] Ivi, pp. 218-219.

[20] Ivi, p. 221.

[21] Ivi, p. 222.

[22] Ibidem.

[23] Ivi, p. 223.

[24] Ibidem. Cfr. Th.W. Adorno, Theorie der Halbbildung, in Id., Soziologische Schriften I, cit., pp. 96 e sgg.

[25] Th.W. Adorno – M. Horkheimer, Dialektik der Aufklärung, cit., p. 221.

[26] Ibidem.

[27] Ivi, p. 224.

[28] Ibidem.

[29] Ivi, p. 225.

[30] Th.W. Adorno, Studies, cit., p. 483.

[31] Ivi, p. 484.

[32] Ibidem.

[33] Th.W. Adorno, The Psychological Technique, cit., p.11.

[34] Ivi, p. 12.

[35] Ivi, p. 21. Come si legge nella Dialettica dell’illuminismo: “I padroni fascisti di oggi non sono tanto superuomini quanto funzioni del loro stesso apparato pubblicitario […] una proiezione dell’io impotente di ogni singolo cui le figure dei capi corrispondono di fatto. Non a caso assomigliano a parrucchieri, attori di provincia e giornalisti scandalistici. […] Essi incarnano per gli altri l’intera pienezza del potere senza con ciò essere null’altro che spazi vuoti [Leerestellen] in cui il potere si è depositato. Essi non sono risparmiati dalla dissoluzione [Zerfall]dell’individualità: piuttosto, in essi l’individualità decaduta [zerfallene] trionfa e viene in un certo modo ricompensata della propria disfatta [Zerfall]”. Th.W. Adorno – M. Horkheimer, Dialektik der Aufklärung, cit., p. 270.

[36] Th.W. Adorno, The Psychological Technique, cit., p. 21.

[37] Ivi, p. 64.

[38] Ivi, p. 12.

[39] Ibidem.

[40] Ivi, p. 14.

[41] Ibidem.

[42] Ivi, p. 15.

[43] Ibidem.

[44] Th.W. Adorno – M. Horkheimer, Dialektik der Aufklärung, cit., p. 208.

[45] Ivi, p. 207.

[46] Th.W. Adorno, The Psychological Technique, cit., p. 17.

[47] Ivi, p. 21.

[48] Ivi, p. 23.

[49] Th.W. Adorno – M. Horkheimer, Dialektik der Aufklärung, cit., p. 224.

[50] Th.W. Adorno, The Psychological Technique, cit., p. 23.

[51] Ivi, p. 27.

[52] Th.W. Adorno, Studies, cit., pp. 479-483.

[53] H. Marcuse, Das Veralten der Psychoanalyse, in Id., Kultur und Gesellschaft 2, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1965, pp. 85–106.

[54] Th.W. Adorno, The Psychological Technique, cit., p. 27.

[55] Cfr. Th.W. Adorno, Zum Verhältnis von Soziologie und Psychologie, in Id, Soziologische Schriften, cit., pp. 42 e sgg.

[56] Th.W. Adorno, The Psychological Technique, cit., p. 35.

[57] Ivi, p. 36.

[58] Per una critica dell’antimodernismo anticapitalista cfr. M. Maurizi, Quanto lucente la tua inesistenza. L’Ottobre, il ’68 e il socialismo che viene, Jaca Book, Milano 2018.

[59] Th.W. Adorno, The Psychological Technique, cit., p. 36.

[60] Ibidem.

[61] Ivi, p. 38.

[62] Ivi, p. 39.

[63] Ibidem.

[64] Ivi, p. 114.

[65] Ivi, p. 115.

[66] Ivi, p. 43.

[67] Ivi, p. 44.

[68] Ivi, p. 41.

[69] Ivi, p. 40.

[70] Ivi, p. 44.

[71] Ivi, p. 46.

[72] Ivi, p. 103.

[73] Ivi, p. 123.

[74] Ivi, p. 127.

[75] Ivi, p. 124.

[76] Th.W. Adorno, Studies, cit. p. 418.

[77] Th.W. Adorno, The Psychological Technique, cit., p. 91.

[78] Ivi, p. 48.

[79] Ivi, p. 49.

[80] Ivi, p. 103.

[81] Ivi, p. 62.

[82] Ivi, p. 134.

[83] Th.W. Adorno, Studies, cit., p. 286.

[84] Th. W. Adorno, The Psychological Technique, cit., p. 57.

[85] Ivi, p. 58.

[86] Ivi, pp. 60-63.

[87] Ivi, p. 68.

[88] Ivi, pp. 116-117.

[89] Ivi, p. 72.

[90] Ibidem.

[91] Ivi, p. 76.

[92] Ivi, p. 78.

[93] Ivi, p. 141.

https://www.policlic.it/policlic-n-3/

Genesi del sapere e sapere della genesi. Annotazioni inattuali su Nicola Cusano

  1. Cusano e noi

L’annoso problema della “modernità” di Cusano ha per decenni appassionato la letteratura critica su questo autore[1]. Non si tratta tuttavia di una disamina puramente storica, cui possa darsi una rassicurante risposta filologica. La questione del rapporto tra Cusano e la modernità è, semmai, una questione che investe la nozione stessa di storia e di storicità, la questione stessa del rapporto tra storia e verità, tra tradizione e progresso, tra oggettività e interpretazione. Perché il pensiero di Cusano stesso è come un prisma in cui tali questioni vengono, per così dire, pensate in anticipo e coinvolte in una dinamica di radicalizzazione teorica che flette le traiettorie dello sguardo che vorrebbe incasellarlo nelle sue statiche categorie.Continua a leggere “Genesi del sapere e sapere della genesi. Annotazioni inattuali su Nicola Cusano”

Intervista sulla questione animale

Ringrazio i compagni del Collettivo Tana Liberi Tutti per questa occasione di scambio e, in generale, per l’importante lavoro che fanno. 

#TanaIntervistaTutti #2

Oggi vi proponiamo un’intervista molto interessante a Marco Maurizi.
Ringraziamo molto Marco per il contributo che ci ha offerto.
La nota biografica di Marco è in coda all’intervista.
Buona Lettura e buoni pensieri!

1. Qual è la tua definizione di antispecismo?
Per definire l’antispecismo occorre prima definire lo specismo. Qui ci sono due correnti di pensiero, quella influenzata dalla tradizione moralistica e liberal dei Singer, dei Regan e dei Francione che pensa lo specismo come un “pregiudizio” (e che quindi alla base dello sfruttamento animale ci sia una forma di “discriminazione”) e quella, che preferisco, di orientamento materialista e politico che pensa lo specismo come una struttura sociale di sfruttamento. Tale struttura ha alla sua base degli interessi materiali, economici e di potere (cioè di controllo dei corpi prima ancora che dei pensieri), di cui la società nel suo insieme, ma soprattutto l’élite al potere si avvantaggia. L’antispecismo è dunque la critica coerente ma soprattutto l’azione volta allo smantellamento materiale di tutte queste relazioni di potere.Continua a leggere “Intervista sulla questione animale”

Il commiato. Ad evitare il pianto (John Donne)

Visto che le traduzioni che c’erano in giro non mi piacevano l’ho ritradotta stamattina alle 5. Per due orette di lavoro non è malissimo. 😂♥️

Se il dolce trapassare nei più giusti
Sussurra all’anima di dire: “vo”
Mentre qualcuno fra gli amici tristi
Fa “l’anima si leva”, un altro: “no”,

Allora noi sciogliamoci in sordina,
Ché venti di sospiri e onde di pianto
Di nostre gioie sacre fan latrina,
Svelando al volgo tutto il nostro incanto.

Di Terra il moto fa paura e mali
il fatto e il senso suo indaga la gente
ma la trepidazione, sù, dei Cieli
Seppur più vasta assai, è innocente.

L’amore dell’amante sublunare
(di anima sensuale) non ammette
L’assenza che può sempre cancellare
Le cose che creandolo tien strette.

Ma a noi un amore più puro e sereno
Di cui a stento abbiam conoscimento
Sicure fa le menti e soffriamo meno
di occhi, labbra e mani il mancamento.

Son due le nostre anime, ma una:
Benché io debba andare, non sarà
Una rottura ma un’espansione
Come oro che sottil foglia si fa.

E se son due, allora è una, fraterna,
Quale son due in un rigido compasso;
Tu, gamba fissa, sembri in quiete eterna
Eppur mi segui appena muovo un passo.

E benché fissa nel suo centro stia
Quando il compagno erra lontano, affretta,
S’inarca e insegue l’altro sulla via
E quando quello torna, sta su eretta.

Così sarai per me, che ora mi appresto,
Come quell’altro piede a andare obliquo
La tua fermezza il cerchio mio fa giusto
E fa della mia fine il mio principio.Continua a leggere “Il commiato. Ad evitare il pianto (John Donne)”

Adorno in Calcutta: Marxist Prespectives from the South Asia. An interview with Aniruddha Chowdhury

by Marco Maurizi

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(image by Mohit Suneja)

Aniruddha Chowdhury is an Independent scholar based in Kolkata (India). He has done his Graduate Studies in the Graduate Program of Social and Political Thought at York University.  He is the author of Post-deconstructive Subjectivity and History: Phenomenology, Critical Theory, and Postcolonial Thought (Brill 2013).

Q: Why do you talk about a “post-deconstructive” subjectivity in your book?

 

A: Thank you, Marco Maurizi.  My book was initially my PhD dissertation in the Department of Social and Political Thought at York University.  I have used the term deconstruction in a quasi-synthetic manner to cover not only Phenomenology and Critical Theory but also Postcolonial Theory.  I read very deeply Heidegger, Levinas, Benjamin (Adorno), Wilson Harris, and Gayatri Spivak (Derrida). [My position on the Postcolonial theory, in its Indian shapes, has changed to a certain extent which I will explain later.]  There are different ‘narratives’ of deconstruction.  Mark C Taylor, in his anthology on deconstruction, Deconstruction in Context, traces it back to Kant and Hegel, while someone like Reiner Schurmann in his influential book Heidegger on Being and Acting: From Principles to Anarchy uses the term deconstruction in the context of Marx, Nietzsche, and Heidegger.  Now, when one speaks of deconstruction one generally means a Post-structuralist tradition, which is not incorrect, but my point is it is seriously misleading.Continua a leggere “Adorno in Calcutta: Marxist Prespectives from the South Asia. An interview with Aniruddha Chowdhury”