Ciao Marco,
innanzi tutto ti ringrazio in anticipo per la pazienza ed il tempo, e mi scuso per le sciocchezze che ti troverai a leggere.
Premetto spiegandoti perché mi sono così tanto interessata a questo articolo.
Da un lato, perché io sono nata e cresciuta tra socialisti, ma quelli veri, di una volta, e questo mi ha portata a fare determinate scelte, ad interessarmi di determinati temi, ben prima che mi si accendesse la lampadina dei diritti animali. Sono nata e cresciuta con il sogno di una rivoluzione, rischiarata dal sol dell’avvenir. E in questi anni mi sono via via sempre più convinta che debba essere questo il fine ultimo, senza il quale (ovvero senza una sconfitta radicale di questo sistema sociale ed economico) non potremo mai arrivare ad aprire tutte le gabbie.

Se ho ben capito, scritto in soldoni, sostieni che quella che chiami “convergenza delle lotte” sotto l’egida dell’etichetta di “anticapitalismo” non abbia finora funzionato per una serie di motivi:
– manca una corretta definizione / comprensione di cosa sia il capitalismo (che tu definisci poi all’interno dell’articolo in maniera a mio avviso ineccepibile, così come ineccepibile mi sembra la parte che riguarda il marxismo stesso) – e su questo non posso che essere d’accordo;
– per la problematicità delle pratiche comunitarie messe in essere (e qui davvero non ho capito a cosa ti riferisci)
– per la base teorica dell’ intersezionalismo: la riduzione dei rapporti di potere in pratiche discorsive (si shifta dal concetto di oppressione a quello di discriminazione), il concetto di un non ben definito “dominio” come base di ogni oppressione. La contraddizione tra capitale e lavoro viene surclassata da contraddizioni formulate in termini soggettivi. Si abbandona il piano dell’analisi economica per dare invece priorità a esigenze di trasformazione della realtà sociale (femminismo, queer, diritti animali, veganismo).
– il moralismo identitario dei movimenti antagonisti, il ridurre i rapporti di potere a pregiudizi, la lotta politica a pratica personale, stile di vita, convincimento morale dell’altro
– l’abbandono di forme organizzate di lotta politica
Tutto questo proprio mentre il sistema capitalista si fa, con la globalizzazione ed il passaggio ad un capitalismo finanziario, sempre più pervasivo e forte.

Quindi quel che proponi è il rimettere al centro il luogo (reale o meno) del lavoro come luogo di lotta, un fare politica anche seguendo i canali istituzionali, il ridefinire i confini dei luoghi del Potere, che sono lo Stato (politica istituzionale) e l’economia (lotta economica).

Anche se con un certo mal di stomaco (dovuto alla consapevolezza del fallimento), non posso che concordare con te. D’altra parte è questo uno dei motivi che mi hanno portato a prendere posizioni borderline, poi apertamente critiche, nei confronti nei confronti di buona parte del movimento animalista

Leggendo però il tuo saggio, si ha la sensazione che forme di oppressione che oggettivamente non sono derivate dal capitalismo e con esso nulla o poco hanno a che fare, siano considerate come secondarie rispetto allo sfruttamento di classe e del lavoro.
Un capitalismo vegano ed ambientalista (vegano ed ambientalista sul serio, non mascherato dietro una mano di vernice verde), sinceramente, non riesco a concepirlo. Proprio perché ritengo che lo sfruttamento delle risorse (animali non umani, pianeta, oltre che lavoro salariato) sono alla base del funzionamento del capitalismo stesso.
Così come non riesco a concepire una lotta allo sfruttamento di classe che non includa e faccia suo un più ampio discorso di libertà e di lotta in nome di altri sfruttamenti e discriminazioni (non una forma “quanto più possibile ampia e condivisa” ma un caposaldo, un principio inalienabile). Perché se è vero che quelle pratiche non sono “momenti ineludibili della lotta contro il capitale”,lo sono della lotta per la costruzione di una società di eguali, rischiarata da quel sol dell’avvenir della mia infanzia. Tu questo ad un certo punto lo scrivi, alla fine del paragrafo 11, ma tutto quel che si legge prima sembra asserire il contrario di quel che scrivi in quelle ultime righe. Questa è la mia impressione. Impressione rafforzata quando scrivi “Questa trasformazione è certo qualcosa che si può tentare di anticipare fin da ora nei rapporti personali … sarà sempre costretto ad essere vissuto a livello di stili di vita privati”. Come se, comunque, la priorità debba essere data alla lotta di classe, e le altre lotte siano accessorie, le loro istanze considerate a livello, appunto, personale, ma non come parte integrante e portante del progetto politico.

Anche sul discorso riformista tendo a non concordare. O meglio, vedo difficile che si possa arrivare ad un rovesciamento così totalizzante del sistema economico attraverso riforme parziali e attraverso l’appoggio a partiti lontani dal mio pensiero (quel “essere in grado di determinare quale tra i partiti più distanti dal tuo interesse di classe sia preferibile avere la governo” mi ricorda il turarsi in naso di Montanelli. Concordo sulla necessità di ri-strutturare la lotta, ma penso che l’unico sistema funzionale possa essere quello di creare una organizzazione (partito? movimento?) che sia in grado di raccogliere le istanze di tutte quelle parti sociali che si oppongono allo status quo, e in grado di articolare un programma preciso, basato su micro e macro strategie e obiettivi.

C’è un passo che mi lascia davvero perplessa, e che mi piacerebbe tu mi spiegassi. Laddove descrivi (paragrafo 6) l’influenza del capitale nella società: “Caratteristiche [dell’atomizzazione sociale] che si ritrovano anche nelle modalità relazionali liquide e nella costruzione della propria immagine pubblica attraverso il social networking, l’esplosione delle potenzialità erotiche che si accompagna ad una costante mercificazione della sessualità, la crisi dell’istituto familiare, del ruolo tradizionale dei genitori sull’educazione dei figli”.
Sembra quasi che venga considerata negativamente la sempre maggiore libertà sessuale in termini di genere e scelte, così come la libertà di costruire famiglie non ortodosse, magari monogenitoriali. Ma ho capito male io, vero?

Se sei arrivato fin qui senza ridere della mia ignoranza e senza arrabbiarti sei un vero maestro zen.
In fondo sono solo una dog walker

Cristina

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Cara Cristina,

Hai letto bene e compreso tutto, sono proprio contento. I passaggi “incriminati” sono dovuti a mia evidente incapacità di spiegarmi. Vediamo se riesco ad essere più chiaro (poi magari non sarai d’accordo lo stesso!).

Leggendo però il tuo saggio, si ha la sensazione che forme di oppressione che oggettivamente non sono derivate dal capitalismo e con esso nulla o poco hanno a che fare, siano considerate come secondarie rispetto allo sfruttamento di classe e del lavoro.

Non è questione di “prioritarie” o “secondarie”, non penso si possa dire così. Io mi limito a constatare che uno può avere una profonda conoscenza dei meccanismi oppressivi del patriarcato e non capire una ceppa di cosa sia il capitale. Il che va bene, tranne quando si tratta di discutere come combattere il capitale. Lì occorre pensare e agire su un altro piano e si pone il problema di che rapporto c’è tra il pensiero femminista e anticapitalista e l’azione antisessista e quella anticapitalista. Questo è un problema, sia chiaro, io non ho la soluzione, ma penso si debba smetterla di far finta di avere la soluzione, come solitamente si fa con lo slogan “uniamo le lotte”. Quello che considero “secondario” rispetto alla lotta al capitalismo è solo la teoria e la pratica liberal (discorsiva, moralistica ecc.) alle forme di oppressione. Questa non solo è secondaria rispetto alla lotta al capitalismo ma secondo me è totalmente inefficace anche come lotta alle forme di oppressione non capitalistiche. Purtroppo questa forma è ampiamente diffusa oggi nei movimenti, ecco perché posso dare l’impressione di dire che bisogna abbandonare tutto e dedicarsi solo al socialismo. Ma ho evidenziato nel testo che questa trasformazione dei movimenti libertari in pratiche discorsive e moralistiche inizia alla fine degli anni ’70: prima essi erano ancora intrecciati, almeno praticamente seppure in modo teoricamente confuso, con il discorso di classe. Avremmo bisogno di una sintesi che permetta di articolare questi piani senza far perdere loro la propria specificità e, cosa ancora più importante, permettendo di articolare l’azione in tattiche e strategie di medio e lungo periodo. Chi ha paura di venire “subordinato” al discorso di classe, per me, semplicemente non ha capito cosa sia il capitalismo o immagina di poterlo combattere facendo quello che normalmente fa nelle sue lotte “di settore”. E purtroppo non è così.

Un capitalismo vegano ed ambientalista (vegano ed ambientalista sul serio, non mascherato dietro una mano di vernice verde), sinceramente, non riesco a concepirlo. Proprio perché ritengo che lo sfruttamento delle risorse (animali non umani, pianeta, oltre che lavoro salariato) sono alla base del funzionamento del capitalismo stesso.

Ok questa è la parte più complicata, forse nel testo sono stato troppo sbrigativo rispetto alle questioni che implicano quei passaggi. Allora, tu osservi giustamente che un capitalismo “vegano e ambientalista” sembra essere impossibile perché l’accumulazione del capitale implica l’espansione della produzione e quindi lo sfruttamento umano e non-umano. Ma ci sono due problemi. Anzitutto il termine “sfruttamento” (si intende capitalistico) ha due significati diversi se riferito all’umano e al non-umano. Nel caso dell’umano è (1) sfruttamento della forza-lavoro, cioè il rapporto sociale che perpetua l’opposizione sociale tra chi lavora e chi accumula la ricchezza prodotta dal lavoro altrui. Questa è la base economica che favorisce lo (2) sfruttamento del non-umano che coincide invece con la trasformazione del non-umano in “risorsa”, materia a costo-zero sottoposta al processo lavorativo che valorizza il capitale. In secondo luogo, e di conseguenza, occorre vedere ciò che c’è di essenziale e di accidentale in quello che chiami il “funzionamento del capitalismo”.

Quello che è “essenziale” per il capitale è (a) la possibilità di auto-valorizzarsi e riprodurre la divisione tra una classe di produttori e una di appropriatori della ricchezza mediata dal lavoro salariato. Se mancasse questo (se, per dire, il lavoro fosse subordinato in forma diretta, “schiavistica”) non avremmo più capitalismo ma una forma precedente o nuova di sistema economico autoritario (come nell’antichità o nel medioevo). E’ vero che il capitalismo si espande per sua natura, ma la modalità di questa espansione è contingente, le sue forme sono secondarie rispetto alla legge che lo governa dall’interno (cioè a). In altri termini, se il capitale potesse fare a meno degli allevamenti intensivi e dell’inquinamento non avrebbe problemi a disfarsene, anzi, gli converrebbe. Perché non lo fa? Perché non è facile, benché non sia impossibile in linea di principio. Perché uno dei momenti essenziali del capitalismo è il conflitto tra i capitali per l’accaparramento delle risorse e l’autovalorizzazione, ciò che rende questa dinamica espansiva irrazionale e ineguale (nonostante i processi di centralizzazione che tendono ad unificare le dinamiche globali). Questo significa che (b) il capitalismo si serve, al suo interno e alla periferia, anche di forme sociali pre-capitalistiche, residui di altri sistemi sociali, nonché vaste aree non capitalistiche del pianeta come “risorse” da colonizzare o asservire alla sua logica sistemica. Quindi anche le irrazionalità fanno parte della logica del capitale, seppure in uno strato esterno (il capitalismo usa anche ciò che gli sta “fuori”…). Quindi sono d’accordo con te che non è possibile un capitalismo “vegano e ambientalista” se questo significa liberazione degli animali e della terra….ma c’è un ampio, amplissimo margine di manovra per il capitale il quale, messo alle strette (immaginiamo un’opinione pubblica che venisse conquistata dal tema dei diritti animali o dall’ecologismo) potrebbe dismettere o trasformare radicalmente alcuni settori produttivi senza smettere di esistere come tale. Perché (1) e (a) potrebbero continuare anche se (2) e (b) venissero aboliti o notevolmente ridimensionati, se le “irrazionalità” esterne, gli aspetti “accidentali”, “storicamente ereditati” del sistema – i retaggi non-capitalistici – venissero cioè ridotte o trasformate, ad es. grazie allo sviluppo tecnologico (il costo delle tecnologie alternative ovviamente scoraggia la loro assunzione, ma di fronte al rischio di un collasso del sistema dovuto all’opinione pubblica, gli investimenti in questi settori diventerebbero “produttivi”). Il capitale si perpetua soddisfacendo e trasformando i bisogni: li prende come gli arrivano dalla storia ma non è assolutamente legato ad essi, a nessuno di essi, né nella forma né nel contenuto. Soddisfa la fame e il gusto, ma non necessariamente la fame di carne, o la fame di carne da allevamenti intensivi. Soddisfa il bisogno di curarsi, ma non necessariamente di farlo tramite farmaci testati sugli animali. Dunque al capitale non frega niente degli animali, né nel bene, né nel male: se ne servirà finché gli serviranno. E’ una questione strategica capirlo. Faccio sempre l’esempio della carne in vitro. Se si potesse produrre, domani mattina Salvini e Fusaro sarebbero in piazza a protestare con gli allevatori schiacciati dal turbo-capitalismo…e noi? Temo che dovremmo essere favorevoli ad un progresso tecnologico che porrebbe fine agli allevamenti intensivi senza che il capitalismo fosse minimamente intaccato nella sua logica.

Così come non riesco a concepire una lotta allo sfruttamento di classe che non includa e faccia suo un più ampio discorso di libertà e di lotta in nome di altri sfruttamenti e discriminazioni (non una forma “quanto più possibile ampia e condivisa” ma un caposaldo, un principio inalienabile). Perché se è vero che quelle pratiche non sono “momenti ineludibili della lotta contro il capitale”,lo sono della lotta per la costruzione di una società di eguali, rischiarata da quel sol dell’avvenir della mia infanzia. Tu questo ad un certo punto lo scrivi, alla fine del paragrafo 11, ma tutto quel che si legge prima sembra asserire il contrario di quel che scrivi in quelle ultime righe. Questa è la mia impressione. Impressione rafforzata quando scrivi “Questa trasformazione è certo qualcosa che si può tentare di anticipare fin da ora nei rapporti personali … sarà sempre costretto ad essere vissuto a livello di stili di vita privati”. Come se, comunque, la priorità debba essere data alla lotta di classe, e le altre lotte siano accessorie, le loro istanze considerate a livello, appunto, personale, ma non come parte integrante e portante del progetto politico.

Beh se a un certo punto lo dico evidentemente è perché penso che non solo non sia contrario a quello che sostengo prima ma anzi penso che le due cose vadano lette insieme. Un progetto socialista è esattamente quello che dici tu lotta per la costruzione di una società di eguali. Ma le diseguaglianze non sono uguali, passami l’espressione, nel senso che non sono neanche tutte dello stesso tipo o accomunabili per una qualche essenza condivisa (è quello che critico come ideologia “intersezionalista”, discorso sul “dominio” ecc.). Il capitalismo è una stratificazione di rapporti di potere su piani diversi. Ho già detto sopra che non c’è da pensare in termini di “priorità” o “secondarietà”, c’è da pensare a femminismi, antispecismi, ecologismi, queer theory anticapitalisti o femminismi, antispecismi,ecologismi ecc. politicamente indifferenti. Laddove però “l’anticapitalismo” non può essere una generica dichiarazione di principio ma deve essere una chiara strategia di lotta ad una logica sistemica precisa che ha le sue regole e che se ne fotte dei nostri “valori” e delle nostre “aspirazioni libertarie”. Se ne fotte, nel senso anche che se li fotte, ad es. traducendoli ed annacquandoli in “battaglie per i diritti civili”. Allora, il punto è che non si possono confondere le forme di oppressione in un grosso calderone, bisogna rispettarne la specificità, tra cui rientra la specificità del rapporto di sfruttamento capitalistico che può essere affrontato solo a partire dalla sua meccanica di funzionamento. Nel testo, anche qui, presento un problema e la soluzione che offro è solo negativa: cioè dico quello che non si deve fare e faccio vedere come impostare la soluzione per evitare gli errori di oggi. E la soluzione, forse non è abbastanza chiaro, hai ragione, non è cercare una sintesi confusa e velleitaria, ma piuttosto fare chiarezza nella divisione, nella specificità, magari per cercare un’unità vera attraverso un processo condiviso di maturazione a partire dalla diversità. Così mi limito a dire che il socialismo deve fare la sua parte, cioè lottare (a) perché i lavoratori non siano più sfruttati e (b) per costruire una società di eguali. Nel fare questo non può non tenere conto che i lavoratori oltre ad essere sfruttati come lavoratori sono anche oggetto di altre forme di oppressione e deve offrire lo spazio politico perché quelle altre forme non-capitalistiche possano esprimersi nel suo seno (cosa che deve comunque fare, in senso strategico, perché altrimenti il capitalismo offrirà una sponda migliore attraverso la retorica dei “diritti”). Ma più radicalmente, come scrivi, poiché il suo fine è la costruzione di una società di eguali, una democrazia radicale e materiale, non potrà che farsi specchio di questa tendenza generale e, dunque, includere al suo interno fermenti di democratizzazione radicale…permettere alle diverse soggettività di esprimersi in libertà, autonomia, far emergere il loro protagonismo (cosa che non possono fare in un orizzonte capitalistico se non asservendo il proprio discorso alla sua perpetuazione).

Dal lato opposto, suggerisco che siano i movimenti libertari che si definiscono “anticapitalisti” a fare il primo, conseguente, passo e iniziare a trattare al loro interno la tematica dello sfruttamento del lavoro come essa deve essere affrontata, piuttosto che cancellarla dall’analisi o ridurla a vuoto slogan. Partiti dei lavoratori e Movimenti libertari, cioè, dovrebbero ognuno fare un movimento in direzione dell’altro senza cercare una convergenza forzata: la sintesi può emergere, ammesso che emerga, solo nella misura in cui il tema della lotta al capitale apparirà con chiarezza all’interno dei movimenti libertari e il socialismo saprà accogliere al suo interno quanta più democrazia, partecipazione, inclusione dell’altro possibile. Solo da queste due convergenze autonome e indipendenti può emergere un campo di forze in cui si realizzino percorsi virtuosi di aggregazione e di sovversione reale. Il resto, per quanto mi riguarda, sono “riti”. Rispettabili, magari soggettivamente necessari, ma riti.

Lo stile di vita, se non fa niente per colpire il capitale dove deve essere colpito e a livello sistemico, non solo locale, è a sua volta un rito. Quando dico che le istanze libertarie possono, di per sé, essere vissute come “anticipazione” privata del futuro e non come lotta di liberazione non intendo sminuire niente. Ma solo restituire ad ogni cosa il peso che ha o dovrebbe avere dal punto di vista di un progetto di società liberata. Il socialismo ha bisogno dei movimenti per il suo progetto di società di eguali. I movimenti hanno bisogno del socialismo per i loro progetti di società di eguali. Se la società non è un aggregato di individui ma una totalità alternativa al presente, è ovvio che un movimento libertario non possa che agire “come se” quella società fosse già realizzata, anticiparne le movenze nel presente…ma senza pretendere di essere già libero, di aver già distrutto il vecchio ordine e di averlo sostituito con qualcosa di nuovo. Perché la sua esperienza sarà sempre limitata, locale, parziale…non sarà l’esperienza di una società globalmente emancipata, non ci si avvicinerà neanche lontanamente. C’è un salto dall’oggi alla società liberata. Se, per es., deve essere una società non più patriarcale, sarà una società diversa, cioè una società in cui i rapporti patrirarcali saranno stati superati. Ma per essere società e non un insieme di individui che si sono lasciati alle spalle individualmente il patriarcato, deve avere una sua logica organizzativa economica propria. Che tipo di logica sarà? Se è capitalista, bene, abbiamo una società non più patriarcale ma capitalista. Se invece è una società non più capitalista, dunque, auspicabilmente socialista, essa è società solo nella misura in cui è ispirata da una logica produttiva di tipo socialista. Quindi chi lotta per una società non più patriarcale deve anche chiarirsi le idee su quale forma economica sta cercando di realizzare. E, nel momento in cui individualmente anticipa quel futuro, lottare per realizzarlo ben sapendo che solo uno sforzo collettivo potrà farlo. E ben sapendo che quella società libererà energie che oggi sono inimmaginabili e, dunque, sarà qualcosa di completamente diverso da ciò che oggi cerca di anticipare individualmente nella sua prassi. Quindi, di nuovo, non si tratta di subordinare niente a nessuno ma solo di fare chiarezza perché le lotte possano incontrarsi laddove cercano ci costruire non un amalgama di “rivendicazioni” ma un progetto sociale ed economico condiviso. Ma per “fare società” occorre lottare contro il capitale, altrimenti quel “progetto sociale” è solo un nome senza contenuto.

Anche sul discorso riformista tendo a non concordare. O meglio, vedo difficile che si possa arrivare ad un rovesciamento così totalizzante del sistema economico attraverso riforme parziali e attraverso l’appoggio a partiti lontani dal mio pensiero (quel “essere in grado di determinare quale tra i partiti più distanti dal tuo interesse di classe sia preferibile avere la governo” mi ricorda il turarsi in naso di Montanelli. Concordo sulla necessità di ri-strutturare la lotta, ma penso che l’unico sistema funzionale possa essere quello di creare una organizzazione (partito? movimento?) che sia in grado di raccogliere le istanze di tutte quelle parti sociali che si oppongono allo status quo, e in grado di articolare un programma preciso, basato su micro e macro strategie e obiettivi.

Non ho mai detto che si arrivi al rovesciamento del sistema economico attraverso riforme parziali, anzi. Se questo appare dal testo mi sono espresso male. Ho detto proprio il contrario: c’è un salto inevitabile dal piano del riformismo al superamento del capitalismo. Quello che ho detto è diverso, ed è che bisogna avere un pensiero tattico e strategico più ampio, valutare di volta in volta i rapporti di forza tra le classi e le sfide che segnano delle discontinuità che possiamo sfruttare a nostro vantaggio. Non ho neanche detto che bisogna appoggiare partiti “meno lontani dal proprio pensiero”: anzitutto perché non si tratta di pensiero ma di oggettive dinamiche di classe (quindi non mi interessa se un Partito mi “rappresenta”, mi interessa la funzione che può giocare rispetto alla lotta di classe in quel momento e in quel paese, non in generale), in secondo luogo perché non ho detto neanche che bisogna per forza appoggiare un Partito o, meno che mai, votarlo. Dipende. Tutto dipende dalle fasi e dai momenti della lotta. Un tempo si diceva “analisi concreta della situazione concreta”. Al limite, come principio generale vale che è sempre meglio scegliere il contesto politico in cui si agisce piuttosto che farselo dettare dall’alto, questo sì. Io parlavo ad es. del fatto che è diverso fare l’opposizione in piazza a un governo fascista o a uno (veramente) socialdemocratico e che si può creare un rapporto strano per cui l’opposizione sociale costringa quest’ultimo ad accelerare verso riforme che oggettivamente migliorano la condizione di vita delle fasce popolari: questo non perché quelle riforme siano un “pezzetto” della strada verso la rivoluzione, tutt’altro; piuttosto, perché quelle riforme mostrano la debolezza del governo e quindi sono un atto di forza dell’opposizione sociale, al limite possono incoraggiare un clima favorevole alle lotte (ma nel senso di andare contro il processo di riforma, di cavalcarlo a sinistra: “sono stati costretti a fare A, bene ora lottiamo per costringerli a fare B!”). Ricordiamoci che era il riformismo che ha tenuto a bada la finanziarizzazione dell’economia proprio per evitare spinte rivoluzionarie e che quando questa copertura è finita il potere finanziario ha preso il sopravvento e abbiamo perso terreno nei confronti del capitale. Dunque il film va visto al rovescio: strappare riforme con proteste di piazza e sui luoghi di lavoro è l’inizio non la fine/ il fine della lotta politica. E per farlo, dicevo, non serve neanche avere un partito moderato, “di sinistra”, al governo. Se l’esempio del partito ti suona strano ne ho fatto un altro nel testo: il referendum costituzionale. Ad un livello di estrema radicalità politica la Costituzione del ’48 è un vecchio arnese autoritario di cui non dovremmo preoccuparci (il che è anche vero, tra l’altro). Ma nell’attuale fase di offensiva della classe padronale una riforma costituzionale come quella di Renzi-Boschi avrebbe messo ancora più in difficoltà le classi subalterne, ristretto gli spazi di partecipazione ecc. dunque in quel momento era assolutamente necessario respingerla.

Sul Partito/Movimento unico che suggerisci tu, non so, è un’ipotesi che non escludo, anzi incoraggio. Ma lo considero sempre un elemento tra gli altri (per quanto importante eh) e non penso che si debba necessariamente passare per un grande partito di massa che vinca delle elezioni o faccia le barricate. Anche qui dipende. In alcuni casi avere un partito che “catalizza” l’opposizione sociale è fondamentale (da noi, per es., mi pare lo sia), in altri frangenti è possibile che si crei un’aggregazione di partiti e movimenti diversi e che la trasformazione politica avvenga prima a livello sociale e poi si riverberi indirettamente a livello politico-istituzionale. In altri casi, una rottura a livello politico-istituzionale potrebbe invece direttamente o indirettamente favorire l’aggregazione di movimenti sociali antagonisti ecc.

C’è un passo che mi lascia davvero perplessa, e che mi piacerebbe tu mi spiegassi. Laddove descrivi (paragrafo 6) l’influenza del capitale nella società: “Caratteristiche [dell’atomizzazione sociale] che si ritrovano anche nelle modalità relazionali liquide e nella costruzione della propria immagine pubblica attraverso il social networking, l’esplosione delle potenzialità erotiche che si accompagna ad una costante mercificazione della sessualità, la crisi dell’istituto familiare, del ruolo tradizionale dei genitori sull’educazione dei figli”.

Sembra quasi che venga considerata negativamente la sempre maggiore libertà sessuale in termini di genere e scelte, così come la libertà di costruire famiglie non ortodosse, magari monogenitoriali. Ma ho capito male io, vero?

Questa interpretazione è semplicemente assurda e sarei veramente poco credibile se sostenessi una cosa simile. Tra l’altro ho esplicitamente scritto che la funzione progressiva del capitale sta proprio la dissoluzione dei vecchi rapporti tradizionali e ho addirittura considerato positivi, in questi termini, i processi di mercificazione. Poi, ovviamente, se uno considera positivo questo fattore di “liquefazione” dei rapporti senza porsi il problema della loro riorganizzazione in termini non-capitalistici, siamo da capo. Nessun progetto emancipativo che si svolga dentro la cornice del capitale è un passo in direzione di una società più libera.

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