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Perché siamo qui? Perché siamo venuti a portare in piazza delle azioni e dei gesti, delle parole e delle immagini che magari non vi aspettavate? Perché qui cerchiamo di farvi immaginare qualcosa, farvi immaginare ciò che non si lascia altrimenti immaginare. Cerchiamo di farvi immaginare due cose tra loro legate, anche se opposte: la realtà occulta e la possibilità negata. Cerchiamo di farvi immaginare il presente e il futuro, ciò che è, a rigor di termini, inimmaginabile. Perché contraddice la legge non scritta che regola le vite di tutti noi, umani e non-umani. Da un lato, l’inimmaginabile dolore, la morte programmata su scala industriale, la segregazione, la solitudine, l’abiezione calcolata delle miliardi di vite animali spente per il profitto di pochi. Dall’altro, l’inimmaginabile futuro, il possibile, la vita condivisa  senza oppressione e sfruttamento, l’umano che si apre alla solidarietà verso l’altro in ogni sua forma, la sfida di una diversità senza confini. Sono i limiti del nostro mondo, ecco perché ci riesce così difficile vederli e ancora di più attraversarli, anche solo col pensiero. Un mondo che è fondato sul controllo e sullo sfruttamento della vita in ogni sua forma, umani compresi. Come sarebbe un mondo senza lo sfruttamento? un mondo governato non dalla logica identitaria del dominio e del controllo totalitario ma dall’umile e precario esercizio di una differenza che si fonda sulla comune appartenenza alla mortalità? La civiltà è un immenso altare di cemento e metallo che vorrebbe sfidare l’eterno perché ha terrore del fatto che la vita è l’esperienza mortale del corpo animale. Preferiamo programmare l’immateriale realtà virtuale che ci dà la certezza di un risultato garantito. Ma la dimensione del corpo è la sola dimensione in cui l’umano rischia e si avventura verso l’incerto, l’imprevisto, l’assurdo. L’assurdo della morte, ma anche dell’amore. Ogni gesto d’amore è un gesto al di fuori della legge del controllo e del potere. Ed è un gesto che guarda lontano, al momento in cui non si potrà più amare. L’amore consola dall’inconsolabile solitudine della morte. Ogni carezza è un gesto di rassicurazione: “sono ancora qui, sei ancora qui”. Vogliamo immaginare un mondo diverso, ma per farlo dobbiamo riappropriarci della nostra umanità, cioè della nostra animalità, del corpo che vive, che soffre, che ama, che muore. E sono le vite di questi animali che muoiono a chiederci: cos’è una vita che sia degna di essere vissuta? Spingere l’immaginazione oltre questo orrore, verso una vita condivisa al di là di ogni barriera, ogni pretesa di dominio e ogni profitto, risuona per noi come un’esigenza, una spinta all’elevazione oltre le cose che occludono l’orizzonte e ci impediscono di vedere. Ciò che siamo veramente si trova oltre questo presente che ci consegna alla solitudine globale degli umiliati e offesi, al potere della ripetizione e alla ripetizione del potere: esso allude silenziosamente a ciò che possiamo costruire insieme, fuori dall’isolamento chiassoso e dalla miseria individuale delle società massificate. Una vita che vive e non rincorre la propria data di scadenza sul nastro trasportatore della produzione di ricchezza inegualmente distribuita. Un’etica che cerca fuori di sè, nell’altro, il proprio centro, sia esso il migrante, la donna stuprata, o l’animale macellato. Una politica che vada oltre la nozione classica di politica come affare delle classi dirigenti di una società umana, troppo umana. La democrazia, se non ha alla sua radice una pratica radicale di uguaglianza, non può che terminare nella truffa organizzata che è oggi sotto gli occhi di tutti. È tempo di invocare una politica che rispetti una volontà generale allargata, perché il sistema del mondo è fatto non di individui, ma di società umane e non-umane intrecciate tra di loro, il cui destino non può essere lasciato al cieco interesse delle cricche dominanti. Non ci sarà mai una democrazia degna di questo nome se le classi subalterne non faranno propria l’esigenza di riscatto e di liberazione delle specie subalterne.

Rousseau diceva: “l’uomo nasce libero, ma ovunque egli è in catene”. Bene, noi diciamo: “l’animale nasce in catene, ma ovunque deve essere libero”. Ebbene cos’è la libertà? La libertà non è il sopruso, la pretesa di fare ciò che si vuole: questo è l’esatta antitesi della libertà. Non c’è libertà nell’esercitare l’oppressione, nel programmare e infliggere la morte: c’è solo arbitrio. La libertà è il confine sfuggente del desiderio, è ciò che si accende nell’essere attraversato dall’alterità, dal non-mio, da ciò che non controllo. È l’abbandono della pretesa di dominio, la dinamite dell’inconscio che fa saltare la fortezza dell’ego, il luogo in cui dalla frattura dell’Io appare, salvifico, l’Altro. Lacan diceva che occorre essere all’altezza del proprio desiderio. Devo chiedermi “cosa desidero?”, “chi voglio essere?”. Gli animali torturati, in catene, sgozzati, separati dalle madri, scuoiati, soffocati, maciullati… stanno lì a chiederci chi vogliamo essere. Se non scegliamo chi vogliamo essere, se non impariamo a desiderare di essere, sarà qualcuno a scegliere per noi e farà in modo che anche noi, come gli animali, saremo sempre delle cose. Ridurre gli animali a cose significa ridurci o lasciarci ridurre a cose. Diventiamo parte del “sistema degli oggetti” in cui gli animali appaiono sempre come merci. Anche noi siamo merci, solo ad un grado inferiore. Il nostro sfruttamento rinforza il loro sfruttamento. La nostra schiavitù, la loro. Occorre spezzare in qualche punto questo circolo vizioso, questo sistema impazzito che sempre più sfugge al nostro controllo e decide per noi. Rubandoci anche ciò che abbiamo di più intimo, il desiderio, per rivolgerlo verso le merci, trasformandolo in un mero bisogno di cose, di “beni”, come li chiamano. Ma il Bene è ciò che per definizione non si lascia ridurre ad un oggetto: è ciò verso cui il desiderio si muove alla ricerca della libertà. Per noi e per l’altro, umano e non-umano. L’animale che muore, il suo agitarsi convulso e impotente, il suo urlo disperato, è l’appello che esso muove al nostro desiderio. E se di fronte a quelle immagini di sofferenza, nei laboratori di vivisezione o negli allevamenti intensivi, noi volgiamo lo sguardo oltre, è perché l’animale ci sta in realtà chiedendo di guardarci dentro: “chi sei?”, “chi vuoi essere?”, “che ne è della tua libertà?”. Non riusciamo a sostenere quello sguardo perché non riusciamo a sostenere il nostro. Perché ci sta dicendo che abbiamo rinunciato a immaginare e desiderare un mondo diverso. Che non siamo all’altezza del nostro desiderio, che abbiamo rinunciato a sperare e praticare il difficile rapporto con l’altro e lasciamo che il sistema delle merci decida comodamente per noi. Non accettiamo di rischiare una libertà che ci costringe ad accettare che non siamo dei: siamo animali, mortali, sofferenti. E solo nel riconoscimento di questa comune animalità possiamo guadagnare un senso di umanità che non sia sinonimo di prevaricazione. Ogni volta che la vita e la libertà dell’animale è soppressa, è una sentenza di condanna emessa contro la nostra stessa libertà. Ogni vita che si spegne è uno sguardo sul mondo che si chiude: è la fine di un mondo, come diceva Derrida. Ecco perché ogni singola vita animale che viene salvata preannuncia l’alba di un mondo più giusto. Nell’occhio dell’animale che si apre sul mondo perché lo abbiamo sottratto alla morte è nascosta una possibilità di salvezza universale. Per vederla dobbiamo solo aprire i nostri occhi o, che è lo stesso, chiuderli per immaginare un futuro che non abbia i contorni del mondo di merci che affolla e soffoca il nostro presente.

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