di Marco Maurizi e Carolina Gregori

Da qualche tempo sui social media italiani sembra che lo sport nazionale più in voga sia il “tiro al vegano”: sono molte le pagine nate al solo scopo di deridere, offendere e denigrare pubblicamente chi, per varie ragioni, ha deciso di evitare il consumo di prodotti animali, e tanti sono gli articoli che tentano disperatamente di dimostrare, con argomentazioni più o meno scientifiche, quanto questi strani individui, che pure si aggirano attorno a noi, siano in preda ad una sorta di “follia collettiva”, un fenomeno di costume non solo strambo e nient’affatto condivisibile, ma anche estremamente dannoso. Inoltre, se vogliamo ricercare parallelismi storici interessanti, la violenza e lo zelo con cui, oggi, ci si scaglia contro i vegani ricorda, sempre meno vagamente, il modo in cui venivano trattate le prime femministe attivamente impegnate nella lotta contro il patriarcato: è come se, non consumando nulla che derivi da animali, si toccasse un “nervo scoperto”, una questione identitaria, che, smossa, genera violenza inaudita e reazioni che vanno dalla diffamazione al pubblico ludibrio, dalla chiusura totale all’attacco incondizionato, come se l’identità stessa dell’accusatore risentito si sia a fatica costruita sull’oppressione e lo sfruttamento di qualcuno che, socialmente e politicamente, è più debole, e tale deve restare. La diffamazione del vegano serve a spostare su un bersaglio di comodo l’incapacità di affrontare il nodo della violenza sistematica sull’animale.

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