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La politica è fatta dell’incontro tra momenti, fasi, situazioni particolari (circostanze oggettive) e decisioni, scelte, strappi, invenzioni (l’elemento soggettivo). Il progetto Potere al Popolo ha delle potenzialità che derivano più da circostanze oggettive che da particolari scelte dei militanti che gli stanno dando forma. Certo, c’è passione, speranza, sorpresa nel vedere che un’esigenza di unità e radicalità è così sentita e condivisa (e non importa se c’è sempre qualcuno per cui sei “troppo” o “troppo poco” radicale o unitario ecc. ecc. conosciamo bene a sinistra l’arte e la retorica del saperla più lunga di tutti…) ma al di là di questo la spinta all’aggregazione viene soprattutto da uno scenario desolante in cui l’astensione e la dispersione ci condannerebbero per altri cinque anni ad un parlamento in cui nessun rappresentante dei ceti subalterni potrebbe far sentire la propria voce nel circuito politico – mediatico, né porsi come portavoce per una riorganizzazione delle lotte su più ampia scala.
Il prossimo parlamento vedrà una maggioranza di centro-destra o un governissimo. In entrambi i casi è necessario preparare l’opposizione sociale alle politiche liberiste che verranno varate e creare le condizioni per una dialettica tra tali istanze e i luoghi della rappresentanza (laddove è chiaro, almeno per chi scrive, che si tratta di portare anche lì il conflitto, non certo cercare una mediazione al ribasso… L’esperienza storica di Rifondazione, che pure molti di noi hanno condiviso, dovrebbe ammaestrarci su tali rischi). Nessun programma, nessuna lista, nessun organigramma di quadri può garantire un’azione efficace di contrasto al capitale, né la degenerazione dei ceti dirigenti (Rosa Luxemburg: “l’unico principio dell’opportunismo è non avere principi”). Solo la spinta dal basso, la partecipazione e la pratica del conflitto possono evitare che la necessità di ostacolare il padronato nei luoghi istituzionali dove si decide delle nostre vite si trasformi nel meccanismo passivizzante della delega. Finora lo scoraggiamento a sinistra ha favorito l’astensione e il successo popolare del M5s e della Lega. Questo trend può ora essere interrotto. Il M5s ha probabilmente raggiunto l’apice del suo successo elettorale e verrà bloccato dalla congiura ad excludendum delle altre forze politiche. Inoltre, per accreditarsi a livello di forza di governo ha progressivamente dismesso la retorica barricadera, antieuropeista, e avrà sempre più bisogno di azioni di vertice in contrasto con il sentire della base (sempre più spesso messa di fronte al fatto compiuto di decisioni prese altrove). La rappresentatività sul territorio è diventata sempre meno “civica”, trasversale e sempre più identificabile come militanza di partito. Non è risultato da poco, anzi, ma è una posizione che non sembra poter sfondare oltre, condannandosi a rappresentare se stessa e la propria marginalità rispetto al quadro politico saldamente in mano alle forze tradizionali. Il M5s, in altre parole, non sembra in grado di recuperare l’astensione che è il vero trend di lungo periodo con cui dobbiamo fare i conti.
La Lega, per parte sua, ha anch’essa raggiunto il suo acme politico tanto che ha scelto di spendere la sua retorica sovranista in un’alleanza suicida con Berlusconi. Suicida nel senso che permetterà alla sua classe dirigente di capitalizzare la rabbia accumulata dal ceto medio impoverito e da qualche settore del salariato in un’esperienza parlamentare che non potrà che deludere il suo elettorato: o frustrandone le speranze sovraniste e anti-austerity in un governo forzista  oppure tornando all’opposizione del nuovo governo tecnico dopo aver per l’ennesima volta confidato in e resuscitato Berlusconi.
In questo scenario i due punti forza disattesi di tali programmi (la partecipazione popolare vs. l’elite politica e le politiche anti-troika e anti-austerity) non avrebbero più rappresentanza credibile. Solo un movimento caratterizzato dalla partecipazione dal basso (con tutti i limiti e le semplificazioni che tale slogan sempre comporta…) e da un profilo politico e sociale coerente con queste istanze di rifiuto del liberismo avrebbe possibilità di farsene portavoce. In questo momento Potere al Popolo sta colmando questo vuoto. Ma occorre intendersi e sgombrare il campo da preconcetti banali e irrealistici.
Anzitutto, non ci sarà mai un “dal basso” che sia “dal basso” in senso assoluto, senza mediazioni, senza compromessi: il punto non è questo, è cercare di innescare processi decisionali collettivi quanto più virtuosi possibili (e, con tutte le carenze del caso, le decisioni prese da PaP finora superano di gran lunga tutte le sedicenti esperienze partecipate degli ultimi anni). Chi aspetta l’arrivo del movimento orizzontale orizontalissimo che più orizzontale non si può forse farebbe bene a disporsi orizzontalmente a dormire per i prossimi cinquemila anni.
D’altro canto, non ci sarà mai un programma politico perfetto: chiaro e condiviso, univoco ma flessibile, radicale e profondo, ampio ma particolareggiato. Non solo perché ogni costruzione teorica che sia espressione di una pluralità di soggetti è sempre una costruzione di compromesso, ma perché nessun programma politico, per quanto ottimamente formulato, può prevedere e sostituire il momento concreto della sua attuazione. Tra la formulazione della regola e la sua applicazione al caso concreto c’è un salto che va colmato nella prassi: nella capacità di operare questa sintesi tra l’astratto e il concreto consiste l’intelligenza (non solo) politica.
Ora, PaP non rappresenta l’optimum cui aspirate, ma rappresenta il fatto nuovo di questa tornata elettorale e segnala un passaggio importante e una discontinuità rispetto al passato. Piccola? Grande? Dipende. E si vedrà.
Ma non cogliere l’occasione che si sta offendo e lasciare che questo spiraglio si chiuda in attesa di tempi migliori è miope. Non ci saranno tempi migliori. Quelli che verranno, se verranno, vanno preparati e costruiti assieme. Pena l’immobilismo e la rassegnazione che già conosciamo. E quando? Come? Dove intendete costruirli?
Le possibili obiezioni all’esperienza di PaP sono poca cosa rispetto agli scenari possibili e sono di due tipi, opposte ma complementari.
1) “Siete lo zero virgola”. Probabile, anzi sicuramente. Ma il punto oggi non sta qui: il M5s è cresciuto elettoralmente nelle prime elezioni politiche nel fragoroso silenzio dei media, iniziando dalle regionali del 2008 con il 3% (lo stesso dicasi di Syriza). La capacità di attrarre consenso dai delusi degli altri partiti e dell’astensione è il criterio di orientamento e ciò che determina le potenzialità di crescita. Tutto questo è impossibile per ogni formazione settaria, arroccata nelle proprie formulette ideologiche, ma è invece possibile per un soggetto plurale che prenda spunto dalla parabola virtuosa di altri movimenti (Podemos, Syriza, M5s) tenendone presenti i limiti.
2) “Siete ambigui e finirete nel riformismo”. Chiaramente, la definizione di una linea d’azione comune non è cosa che si improvvisi dall’oggi al domani. Il punto è che chi ritiene di dover PRIMA definire “in teoria” cosa c’è da fare e POI convincerne tutti gli altri ha una visione astratta e moralistica del fare politica. Se non c’è un soggetto comune in cui spendere la propria capacità di visione a medio e lungo raggio in una dialettica interna di scambio e perfino conflitto, anche la più grandiosa teorizzazione è destinata a rimanere nella testa del suo mirabolante autore. Le scadenze decisive, i momenti di accelerazione e rottura non possono essere anticipati concretamente benché possano essere genericamente previsti: ed è rispetto ad essi che un soggetto condiviso può e deve farsi luogo di elaborazione e di dibattito, di posizionamento e di decisione.
“Ma non avete il personale politico adatto” suona infine il mantra di quelli che, di nuovo, aspettano l’arrivo del Partito perfetto che rispecchi la coscienza di classe alla perfezione senza macchia e senza paura. Ma anche qui si tratta di obiezione insipida e contraddittoria. Perché proprio la nascita di LeU ha attratto gran parte delle mini burocrazie politiche della sinistra in cerca di poltrone lasciando a PaP certo qualche residuo di esperimenti politici del passato ma sicuramente non la parte più opportunista e traffichina… Chi voleva scegliere la strada della poltrona facile aveva la strada spianata. Non approfittare di questo fatto è insulso: la paura di essere “strumentalizzati” fa ridere quando una militanza diffusa, non inquadrata in dinamiche di partito ha la possibilità di tenere sotto controllo i suoi portavoce in centinaia di assemblee pubbliche. La piega che può prendere l’esperimento di PaP dipende proprio dalla partecipazione che la militanza delusa di Sinistra spesso gli nega in attesa di momenti migliori o di portavoce migliori o di programmi migliori. La degenerazione burocratica degli apparati si combatte con la lotta, non con la fraseologia rivoluzionaria. Così come la diffusione di parole d’ordine ambigue.
È chiaro: non c’è nessuna garanzia che PaP non si dissolva dopo il 4 marzo per stesso desiderio e meschini calcoli di parte di coloro che hanno contribuito a farla nascere. Ma di fronte alla stupidità di tale atteggiamento non vale la supponenza di chi “l’aveva detto” perché proprio la passività di chi “resta a guardare” è una delle cause che impediscono di superare a sinistra l’impasse tra settarismo e riformismo. Chi non approfitta del momento propizio per spendere le proprie capacità teoriche o pratiche alla costruzione di un’alternativa di sistema preferisce la profezia scontata di una comoda passività alla difficile libertà che si avvera nello scontro quotidiano che costituisce il destino non scelto delle classi oppresse.

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