love

Circola, comprensibilmente, un certo scoramento tra le file di PaP. Circola anche, un po’ meno e sicuramente meno comprensibilmente, un certo trionfalismo di maniera. E poi circola anche molta ironia e qualche compiaciuto “ve l’avevamo detto” da parte di altri gruppi di sinistra. E questa, sinceramente, la trovo una posizione ancora più inadeguata delle prime due.

Allora vediamo un po’ di capire quello che sta succedendo. Dire che è “andata bene” o è “andata male” non ha molto senso. Avremmo bisogno di un’analisi seria del voto. Cosa che io stesso non sono ancora in grado di fare ma vorrei proporre almeno un paio di osservazioni a mente fredda. L’unica cosa che mi son sentito di dire ieri è stato che il risultato di PaP è stato “sotto le aspettative”. Cioè fornire una percezione soggettiva. Per chi, come me, infatti, non pensava di superare lo sbarramento del 3%, almeno la speranza di un risultato superiore al 2 c’era. Ma anche questa affermazione neutrale (“mi aspettavo di piu”), di per sé, non significa niente. Per due motivi. Primo, perché ogni analisi del voto deve fare riferimento ai dati reali. Secondo, perché nessuna analisi del “dato” può costruirsi senza uno sguardo che gli dia orientamento e significato, cioè una lettura “politica” del voto.

Purtroppo siamo abituati a parlare dei risultati elettorali ancora prima che escano dalle urne, prima sui sondaggi, poi sugli exit-poll e infine sulle proiezioni. E così finiamo per prendere cantonate madornali. Come quella che voleva il PD di Renzi alle europee al 40%: parte di una narrazione tossica che è stata del tutto funzionale alla sua definitiva affermazione mediatica e politica. Peccato però che, come già allora feci notare, Renzi avesse preso *meno* voti di Veltroni pochi anni prima e dunque era ben lungi dall’aver portato la sinistra “alla sua massima affermazione storica”. Stesso discorso per i ripetuti necrologi del M5S, dopo ogni tornata elettorale si calcolavano sulle percentuali ipotetiche “flessioni” che non cambiavano di una virgola il dato nazionale, il radicamento di lungo periodo di questa forza politica. Ora i nodi sono venuti al pettine e il pallone gonfiato toscano è scoppiato, seppure, pare, tutt’altro che disposto a farsi da parte. Viceversa, nonostante una guerriglia mediatica senza precedenti contro il M5S (cui hanno contribuito negli scorsi anni anche molti compagni, allineandosi alla propaganda padronale della grande stampa filo-piddina) quest’ultimo ha visto crescere i propri consensi e le esperienze romane e torinesi non hanno inciso sul risultato come il renzismo sperava (leggere la recente intervista della De Gregorio sulla strategia messa in campo dal PD per fare fuori Marino e “perdere” Roma; anche qui si è fatta molta inutile ironia sulle bizzarre ma veritiere parole della Taverna). Ora, al netto del comprensibile scoramento del vedere la Lega al 18% bisogna anche dire che dipingere lo scenario politico complessivo come il trionfo del nazismo è infantile e non aiuta a comprendere la posta in gioco del futuro governo. Pensare che il 30% abbondante del M5S sia dovuto esclusivamente al razzismo dilagante significa semplificare la natura sociale e la costruzione ideologica del M5S. E anche farsi sfuggire il vero motivo della sua costante ascesa elettorale. Che è il tentativo di dare al ceto medio in declino una prospettiva di rinascita all’interno di un quadro stabile, di un’economia digitale su piccola scala che si connette al resto del mondo. Un mondo green, friendly & clean. Questo sogno ad occhi aperti da impiegati new age è stato capace di intercettare la rabbia di parte della classe operaia e il malcontento generalizzato causato da una classe politica arroccata ciecamente nei propri privilegi. A fronte della loro sbandierata stupidità, ignoranza e incompetenza sono riusciti a resistere ad ogni attacco e portare abilmente quel malcontento al 30%. Chi vede ancora solo pance urlanti non ha capito niente di quello che sta accadendo. È bensì vero che dalla possibile convergenza tra M5S e Lega in tema di flussi migratori c’è da temere un peggioramento della già devastante condizioni dei migranti. Ma, posto che nessuno dei due sarà in grado di offrire soluzioni reali alla crisi umanitaria in corso (tantomeno alla crisi economica), l’effetto duraturo della legislatura sarà un ulteriore arretramento della possibilità di far sorgere un senso di solidarietà condiviso, soprattutto tra categorie diversamente ma ugualmente oppresse (lavoratori e migranti). Sarà soprattutto nel procrastinare ancora l’illusione di un capitalismo “temperato” da derive protezioniste e corporative che l’affermazione del M5S farà arretrare ancora di più nel prossimo futuro la possibilità di una lotta efficace al capitale. Fermo restando che l’instabilità del quadro politico favorirà quanto prima il ricorso a governi tecnici che coniugheranno classiche ricette liberiste e spruzzatine di populismo sovranista (sulla falsariga del modello Trump/May).

E veniamo al dato reale delle elezioni. La situazione della sinistra – e per sinistra intendo ciò che sta a sinistra del PD – sembra essere catastrofica. E sicuramente lo è, in termini di reale capacità di opposizione sociale, di attrazione dell’elettorato, di costruzione di una coscienza politica adeguata alla situazione generale. Tuttavia, il calo delle formazioni a sinistra del PD rispetto alle politiche precedenti (Rivoluzione Civile + SeL) è di 369.000 voti. Nelle consultazioni europee del 2014, invece, la Lista Tsipras, in cui confluivano Sel, Rifondazione e Ingroia ha preso meno voti (1 108 457) di LeU (1.113.575) e PaP (371.837) insieme (per comodità tralascio il dato, comunque poco rilevante, di Ferrando, Rizzo & co). Questo dato è importante per due motivi. Anzitutto perché è chiaro che se l’area del voto della sinistra alternativa al PD non ha avuto la crescita che ci si aspettava, è anche vero che l’arretramento in termini assoluti è stato ridotto e in parte addirittura non c’è stato (certo, è vero che l’arredamento c’è in termini assoluti se si considera la serie storica dagli anni ’70 e il dato  cronico dell’astensione al 30% in cui si è inabissata la gran parte del voto popolare). In secondo luogo, e questa è la cosa che più mi interessa, il profilo dell’elettore e militante di PaP risulta essere in parte autonomo rispetto alle esperienze elettorali precedenti. Il risultato di Rivoluzione Civile nel 2013 con cui qualcuno ha voluto paragonare quello di PaP nasce da un’aggregazione di formazioni molto diverse (Verdi+IDV+La Rete+ Movimento Arancione+Comunisti Italiani+Rifondazione). Nasce anche da un tentativo fallito di alleanza con la sinistra moderata. La piattaforma di PaP non è, da questo punto di vista, paragonabile a quella di Rivoluzione Civile. E, seppure è vero che il bacino elettorale è sovrapponibile a quello di Rifondazione (se, for the sake of the argument, vogliamo tenere per buoni i sondaggi che davano Rifondazione negli scorsi anni tra lo 0,5 e l’1%) è anche vero che esso marca, per la prima volta dopo anni, un tentativo di ricostruzione di una sinistra anticapitalista in rottura netta con le politiche della sinistra istituzionale. Non c’è ovviamente motivo di magnificare un risultato che non sorprende in termini numerici e non fa breccia, seppure è sciocco negare che questo dato possa essere l’inizio di un percorso che potrebbe, alla lunga,  risultare credibile e crescere sia nella società che elettoralmente. L’esperienza di PaP, il suo metodo di lavoro, il suo stile comunicativo, il ritorno ad un’idea di militanza attiva e di una prospettiva dal basso hanno suscitato, seppure marginalmente, interesse e simpatia. Negare che sia un inizio e che valga la pena celebrare il percorso faticosamente intrapreso anche con un paio di birre è da bacchettoni.

La domanda ora è se PaP resisterà e quanto riuscirà a coagulare forze attorno a sé, posto che è fallito l’obiettivo di accreditarsi di fatto come forza propulsiva per la costruzione di un’alternativa di classe. La domanda è : il motivo del fallimento è strutturale o contingente? La risposta la daranno i prossimi mesi.

Chiaro che molti di quelli che nella sinistra marxista contestano la natura “radicalmente” anticapitalista di PaP lo fanno a partire dalla presenza di parte del ceto politico di Rifondazione che considerano screditato. Altri contestano il metodo che secondo loro ancora soffre di tatticismo elettoralistico. Altri ancora lamentano la mancanza di una impostazione teorica chiara, cui legano l’incapacità di PaP di attrarre il voto delle masse lavoratrici.
È indubbio però che questa lettura sia più insufficiente, velleitaria e autoreferenziale di ciò che vuole criticare. L’ipotesi che domani sorga una lista o un partito di fulgidi militanti senza macchia e pericoli di incrostazioni burocratiche e opportunistiche è il sogno che lasciamo volentieri all’infantilismo rivoluzionario. Non c’è altro antidoto all’irrigidimento burocratico e all’opportunismo che la militanza e la partecipazione alla costruzione del soggetto politico antagonista di coloro che vivono sulla propria pelle lo sfruttamento. I danni delle derive moderate del ceto politico possono essere limitati, mai scongiurati definitivamente. La scelta da fare era chiara: appoggiare il percorso verticistico e moderato di LeU o staccarsene e provare a mettere in campo un’alternativa che si costruisse nelle dinamiche assembleari. Un milione di persone hanno preferito dare ancora fiducia a LeU ma è certo che PaP ha intercettato parte di coloro che non si sono riconosciuti in quel percorso e mobilitato a livello di militanza e di voti molti che si sarebbero altrimenti astenuti. Ma non è stato sufficiente, questo è certo. Né per aggregare quella parte di attivisti e militanti che criticano PaP da sinistra e che hanno preferito saltare il turno anche stavolta (coltivando il proprio orticello in attesa di tempi migliori… ), né tantomeno per diventare voce attiva della maggioranza della classe lavoratrice che da tempo si affida al M5S, alla Lega e in parte ancora al PD. Non mi pare però che la comunicazione di PaP possa essere accusata di scarsa chiarezza, o radicalità (almeno nel quadro generale del discorso politico praticato oggi in Italia che è decisamente involuto e non permette un’articolazione teorica avanzata), né di aver coltivato nostalgiche formule o snobismo di setta. Ma è certo che decenni di subalternità e di decostruzione reazionaria delle categorie del politico rendono complessa e difficile ogni operazione di forzatura del sistema attuale. Pochi mesi di campagna elettorale, con pochi mezzi e in competizione con forze che da anni capitalizzano l’opposizione al PD non ha permesso altro che attestare l’esistenza di un progetto politico alternativo che coniugasse lotta sui territori e nel quotidiano con il tentativo di rompere l’accerchiamento mediatico e politico-istituzionale delle classi subalterne.

Ci sono prospettive per questo percorso? Più che altro non ci sono alternative. I compagni che ancora nicchiano possono solo cercare di fare meglio di PaP quello che PaP sta cercando di fare ma da questa ipotesi di congiunzione del lavoro di solidarietà attiva dal basso e di costruzione assembleare della rappresentanza dovranno inevitabilmente passare. Se saranno capaci di fare meglio ne saremo felici, fino ad allora non pare possa esserci altro metodo che possa produrre magicamente una coscienza di classe diffusa e coordinata a livello nazionale.
Nel frattempo ci si deve preparare alla stagione durissima che ci aspetta.

Annunci