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Un bel piano di rinascita democratica?

Dalla nascita del governo Conte, già da prima in realtà, circola l’idea di un fronte di tutte le forze “democratiche” di “sinistra” (chiamato “repubblicano”, “democratico” e chi più ne ha più ne metta…) che risponda alla “barbarie” dell’alleanza M5S-Lega. Una sorta di Union sacrée a difesa della Costituzione antifascista che metta insieme tutti dai renziani ai comunisti, passando per Boldrini e Calenda. Diciamocelo: se c’è il pericolo di un male assoluto in Italia probabilmente è questo. E appoggiare o anche solo non contrastare apertamente questo progetto politico è oggi il più grave errore che si possa fare. Fermo restando che si creda, non solo a parole, che l’unica speranza rimastaci stia nella rinascita di un’ipotesi di trasformazione della società ispirata ad ideali di giustizia sociale, solidarietà e pacifismo. E fermo restando che si intenda finalmente, dopo decenni, restituire diritti negati a quel mondo del lavoro sempre più subalterno, inascoltato, vessato, disperso.
Si dirà: ma come? Adesso che al governo c’è la “destra estrema”, adesso che il PD è sceso sotto al 20%, adesso che al governo ci sono razzisti e omofobi, ti pare il caso di polemizzare ancora con il PD? Con una forza di opposizione? È esattamente il caso, anzi, ora più che mai non bisogna abbassare la guardia nei confronti di ogni ipotesi di “superamento” dell’attuale situazione politica che ponga il PD al proprio centro.
Cominciamo col dire che i conti non tornano affatto. Il PD lancia allarmi di difesa democratica delle istituzioni eppure ha avuto la possibilità di non far andare al governo la Lega e di arginare le tendenze “eversive” del M5S formandovi una coalizione. Dunque delle due l’una: o il governo M5S-Lega è un’emergenza democratica che andava evitata a tutti i costi formando un governo M5S-PD, oppure non lo è. Non si può sostenere al tempo stesso che lo è e che era legittimo sottrarsi all’alternativa. D’altronde, che Mattarella abbia espresso dubbi sulla presenza di Savona al ministero dell’economia “per non spiacere ai mercati” e non a quella di Salvini al Viminale “per non mettere al rischio la democrazia” pone il Presidente e il PD in una ben strana situazione: il Presidente si è reso complice, senza colpo ferire, della formazione di un governo potenzialmente “eversivo”. Anche qui #stiamoconmatterella? [1]
Ma il punto sostanziale non è che il PD menta, come al solito, il problema è che sta orchestrando, anche qui come suo solito, una campagna mediatica per farsi una nuova “verginità” di forza di opposizione. Essere all’opposizione, per il PD, non rappresenta affatto una condizione di assenza di potere: gli interessi economici che esso rappresenta sono intatti, così come il suo potenziale mediatico (l’occupazione totale dei tg, il favore incondizionato della carta stampata, la capacità di creare casi sul nulla che poi vengono amplificati dai social media ecc.). E mentre quegli interessi economici sono in attesa di capire come poter trovare una sponda nel nuovo governo, questo potenziale mediatico è stato scatenato a senso unico per garantire la narrazione utile alla rinascita del PD come forza di opposizione e centro di un nuovo schieramento a difesa della Costituzione (e risparmiamoci le ironie sul fatto che fino al 4 dicembre del 2016 quella stessa Costituzione pareva doversi rottamare…). Occorre resistere a questa narrazione tossica perché è del tutto funzionale a impedire la crescita di un’opposizione sociale nel paese. E occorre resisterle a partire dal luogo più ostico: riconoscere che quell’alleanza M5S-Lega, ancorché portatrice di un potenziale reazionario senza precedenti, non segna affatto l’inizio di un’emergenza democratica, che essa non costituisce una rottura sostanziale con i governi precedenti, né nel bene (come vorrebbe il M5S), né nel male (come vorrebbe il PD). Questa discontinuità semplicemente non c’è stata. Gli aspetti culturalmente peggiori di questo governo trovano un puntuale precedente nei governi renziani (Salvini è un Minniti più cialtrone, Fontana una Lorenzin 2.0). Il personale politico è in buona parte riciclato da esperienze governative berlusconiane e montiane. L’agenda di governo, pur pagando un disgustoso tributo al “prima gli italiani”, presenta ipotesi economicamente contraddittorie. Che queste politiche economiche non vengano realizzate è inevitabile e, alla fin fine, anche auspicabile: ma la loro inefficacia come correttivi alle politiche economiche dei governi precedenti deriva proprio da una sostanziale continuità con questi ultimi (come vedremo, a fronte dello sbandierato “sovranismo” e delle ipotesi “keynesiane” di sostegno alle fasce deboli, infatti, esse non lasciano presagire un superamento dello schema di lettura economico finora dominante). La stessa lotta alla corruzione e l’idea di farla finita con l’impunibilità dei “colletti bianchi” risulta opaca e difficilmente realizzabile da chi ha Berlusconi come alleato indiretto. Dunque perché tanto rumore?

Le teorie liquidazioniste del M5S

Lo sappiamo. È difficile accettare il fatto di avere la Lega al governo, Salvini agli interni, Fontana alla famiglia, digerire regali ai ricchi come la flat tax ecc. La tentazione di bollare il governo come il più “a destra” della storia repubblicana è forte, così come la sensazione di trovarsi di fronte ad un governo super-reazionario che richiede uno sforzo particolare, perfino, ecco il punto dirimente, un’alleanza di tutta la sinistra (incluso il PD) pur di mandarlo a casa. Ma se questa è la soluzione proposta deve esserci un’errore all’inizio del ragionamento. E infatti c’è, una grave semplificazione che rende le cose più complesse di quanto non si vorrebbe ammettere. E, alla fine, guardare in faccia la realtà non signifca che siamo messi meglio di come la narrazione vigente sembra indicare. Anzi, siamo messi peggio, ma non per i motivi che fanno ora urlare al governo “fascistissimo”.
Che la sinistra non sia mai stata in grado di comprendere il fenomeno-M5S, che l’abbia variamente rinchiuso nelle pseudo-categorie del “populismo”, del “fascismo telematico”, della pura e semplice “ignoranza” ecc. è una delle ragioni del suo successo elettorale (su questo devo rimandare a quanto scritto altrove). Per altro è la dimostrazione che la stessa sinistra è vittima di una lettura integralmente moralistica dei fatti economici e politici e che, dunque, questa condanna sommaria del M5S come mero fenomeno di “destra” sia effetto degli stessi limiti concettuali, politici e strategici che caratterizzano il M5S. Non c’è “grillino” più grillino di certa sinistra che urla contro i grillini. Il modo scomposto e grossolano con cui attacca il M5S, inclusa la tendenza a credere alle fake news e alle narrazioni interessate dei giornali padronali, è sintomo di una indistinguibilità di fondo tra i due fronti. Le teorie liquidazioniste del M5S, quelle che vorrebbero liberarsi dell’odiato nemico senza averne compreso la struttura, con qualche semplice battuta, qualche frase a effetto, ancora con l’ironia e il sorrisetto, sono la migliore garanzia della sua sopravvivenza politica. La liquidazione del M5S è sbagliata non perché è critica, ma perché non lo è abbastanza, anzi non lo è affatto.
Ciò detto, è vero che col governo M5S-Lega è nato un governo di “destra”, addirittura di “estrema destra”, se non “fascista” o “neofascista”? Come detto sopra, ci sono ampi margini per cedere a queste “suggestioni” ma, appunto, fare un’analisi politica e, soprattutto, pensare in termini strategici è tutt’altra cosa. Vediamo allora cosa succede quando si parla di (a) un governo (b) di estrema destra o fascista. Perché questa tesi avesse un senso bisognerebbe che si realizzassero delle condizioni minime tra cui: 1) una guida politica unitaria, che rappresentasse 2) un blocco sociale omogeneo, in continuità con 3) gli interessi del grande capitale ma 4) sublimando in una qualche figura mitologica conciliante la lotta di classe. Se manca uno solo di questi elementi parlare di destra, estrema destra o fascismo perde di qualsiasi significato. Ora, esistono elementi di questo tipo in questa alleanza di governo? Sì, esistono. Esistono nel senso di condurre ad una sintesi politica nuova? No. E non esistono proprio perché la natura, la vera ragion d’essere del M5S sta nella sua costitutiva ambiguità. Vediamo perché.
(1) Partiamo dalla guida politica. Questo governo non ha una guida politica unitaria. E non ce l’ha perché i due partner al governo sono un partito di destra dichiarato (la Lega salviniana trasformatosi negli anni da partito locale liberista e identitario in lotta contro il centralismo dello Stato in formazione nazional-liberista) e il M5S che strutturalmente vuole opporsi pragmaticamente al dualismo destra/sinistra e dunque non può accettare – perché la base dei suoi militanti, il suo ceto politico e il suo vertice non lo accettano – di essere etichettato come “destra”: dunque è costantemente costretto ad ondeggiare con controspinte ogni volta che sembra avvicinarsi ad uno dei due poli della tradizione filosofico-politica. D’altronde, è perlomeno singolare che un partito di “destra” o addirittura “fascista” abbia chiesto al PD di sedersi ad un tavolo per formare un governo insieme ed è ovvio che se il PD avesse accettato quell’alleanza di governo avrebbe spinto il M5S ad accentuare gli elementi “di sinistra” del suo programma (ricordiamo sempre che Grillo, prima di fondare il movimento, prese a suo tempo la tessera del PD per tentare di partecipare alle primarie, cosa che gli fu preclusa: alla fine, come vedremo, c’è molta più analogia tra il discorso interclassista “generico” del PD e quello del M5S che tra quest’ultimo e l’identitarismo leghista). In seconda istanza, Salvini sta giocando su due fronti: è partner di governo e leader di una coalizione (nei sondaggi maggioritaria nell’elettorato) che è all’opposizione. Non ha rotto e sembra non poter rompere con tali alleati. Ma una delle ragioni fondative dell’esistenza del M5S è proprio l’antiberlusconismo, dunque siamo in presenza di una situazione che non può trovare una sintesi armonizzante (e dunque produrrà inevitabili sussulti nel governo, se non la rottura irrevocabile dell’alleanza) a meno che Salvini non decida di uscire dall’alleanza di centro-destra, cosa altamente improbabile. Salvini cercherà di capitalizzare una posizione egemonica nel governo, facendo l’unica cosa che è in grado di fare – campagna elettorale permanente – per mandare a gambe all’aria il governo nel momento più opportuno e fare il premier nella prossima legislatura.
(2) Questo governo rappresenta un blocco sociale omogeneo? Il famigerato “ceto medio impaurito” che dagli anni ‘20 ad oggi è il corpo sociale che secondo la classica analisi sociologica del fascismo aggrega parti consistenti della classe operaia coinvolgendola in spericolate operazioni politiche nazionalistiche, identitarie e super-omistiche cercando di superare la crisi senza intaccare i rapporti di classe ad essa soggiacenti? Che questo elemento sia presente in entrambe i partiti al governo è certo ed è proprio effetto di quella globalizzazione che ha investito ovunque i rapporti sociali destabilizzando la struttura conciliativa delle socialdemocrazie postbelliche. È ciò che produce a) l’opposizione tra lavoratori di diverse nazionalità e lavoratori di diversi paesi in conseguenza del dumping salariale, b) il precariato diffuso grazie allo smantellamento dei contratti di lavoro tradizionali e le nuove forme “liquide” di occupazione, c) la crisi della piccola e media impresa di fronte al gigantismo produttivo delle corporations e alla concorrenza dei mercati internazionali. M5S e Lega hanno capitalizzato la protesta di questi settori veicolandola in una narrazione “sovranista”, omettendo, attraverso la rimozione dell’opposizione capitale-lavoro, il punto decisivo: che questi gruppi sociali non sono affatto omogenei al proprio interno e che non è possibile restituire loro sicurezza sociale senza intaccare profondamente i rapporti di classe. La rappresentazione dell’Italia della “lira sovrana” come paese del Bengodi in cui c’è lavoro e profitto per tutti è ideologia da piccola borghesia allo stato puro. Eppure, anche qui, non è possibile identificare totalmente la figura sociale “mitologica” che dovrebbe permettere il superamento della crisi senza intaccare i rapporti di classe. Nel caso della Lega il punto di riferimento esplicito è di tipo etnico-identitario, il “noi” contrapposto al “loro” su un piano orizzontale (l’italiano operoso contro il migrante fannullone, moderna riedizione del lumbard lavoratore contro il terrone scroccone), nel caso del M5S è di tipo neutrale, il “cittadino” contrapposto alla “casta” su un piano verticale (cittadini onesti contro politici corrotti e affaristi senza scrupoli). La ragione del successo del M5S sta nella sua capacità di tenere ferma questa neutralità: le accuse di “incoerenza” che gli vengono rivolte, fattualmente corrette, non colgono l’essenziale. C’è una legge non scritta che regola questo “sbandamento”, la retorica del M5S funziona proprio perimetrando costantemente questa neutralità di cui si sostanzia il suo discorso pubblico. Allo stesso modo, quel che più conta, le politiche economiche proposte per superare la crisi sono qui divergenti fino all’ossimoro: non a caso la bandiera del M5S nel “contratto di governo” è il reddito di cittadinanza mentre quello della Lega è la flat tax, opzioni vicendevolmente escludentesi dato che la prima poggia su una concezione economica keynesiana, l’altra su una iperliberista. Che il 60% del voto operaio espresso alle ultime elezioni sia andato a queste due formazioni non toglie che le loro linee economiche siano divergenti – seppure entrambe ipotizzino in soldoni un capitalismo dal volto umano – e che l’interesse di classe che essi oggettivamente rappresentino sia diverso. Su questo versante è vero che il partito più interclassista è proprio il M5S, che capitalizza un terzo dell’elettorato in tutti i gruppi sociali (dai dirigenti, agli impiegati, insegnanti fino alle casalinghe), ma è anche vero che tale successo è dovuto proprio al bilanciamento tra politiche come gli sgravi alle imprese e intervento dello Stato a difesa dei lavoratori e delle fasce deboli. Non c’è nel M5S, a differenza che nella Lega, alcun atteggiamento stato-fobico che è la base ideologica di ogni liberismo. Infine, e non è cosa da poco, il voto di Lega e M5S è polarizzato tra nord e sud, dunque risponde alla radice a due bisogni economici, sociali e politici diversi che molto difficilmente si lasciano conciliare.
(3) Anche il nodo del rapporto con gli interessi del grande capitale è problematico e non univoco. È evidente che la proposta “sovranista” finisca per contrapporre gli interessi della borghesia nazionale a quelli della finanza globalizzata. Ed è altrettanto certo che questi due interessi non si lasciano affatto contrapporre, se non nel breve periodo e in forma ideologica. Il sovranismo di Lega-M5S prende le forme della lotta contro le istituzioni europee interpretate come mero strumento in mano al capitale finanziario. C’è un dato di verità in questo che ovviamente non va sottovalutato: se l’Europa avesse rappresentato, non astrattamente sulla carta ma nella vita concreta delle classi popolari, qualcosa di più di una serie di diktat calati dall’alto che hanno inciso negativamente sul loro reddito, sulle condizioni di lavoro e sul loro potere decisionale e di auto-determinazione l’Unione europea non sarebbe oggi a rischio rottura e non verrebbe contestata in modo così radicale. Ne è misura il successo della retorica spicciola di Lega e M5; i benpensanti attribuiscono come al solito il successo di quest’ultima all’ignoranza delle masse che sono facili da infinocchiare, mentre invece il discorso dovrebbe essere rovesciato: quanto può essere credibile un’UE se quella retorica spicciola ha oggi così tanta presa? Un’Ue efficace e giusta non avrebbe bisogno di badanti anti-sovraniste pronte a cancellare il mandato popolare se questo la contesta dal basso. Tuttavia, è vero che la lotta contro la “gabbia” dell’UE e la speculazione finanziaria se non viene proposta da una prospettiva chiaramente di classe e internazionalista rischia di far sembrare il sovranismo (col suo contorno ineliminabile di indentitarismo e protezionismo) una risposta praticabile alla crisi. E, come l’esempio greco ammaestra, chi non fa sul serio con questa volontà di rottura finisce con le ossa rotte e, per non portare il paese alla bancarotta, è costretto a capitolare e farsi controvoglia portavoce delle direttive antipopolari che vengono da Bruxelles. Nessuno può farsi illusioni sul fatto che M5S e Lega, posto che lo vogliano, non saprebbero come affrontare in senso progressivo una crisi finanziaria che si abbattesse sul paese come avvenuto col governo Tsipras.
(4) Questo conflitto interno al governo che parte da progetti e aspirazioni politico-sociali differenti si mostra chiaramente a livello ideologico e linguistico laddove l’opposizione al capitale finanziario e all’UE deve tradursi in oggetti concreti che colpiscano l’immaginario collettivo. E qui il contrasto non potrebbe essere più stridente. Come abbiamo visto, contro la “gabbia dell’UE” la Lega fa valere l’elemento etnico, mentre il M5S il cittadino. La differenza non è irrilevante, perché mentre per la Lega, secondo lo schema classico di destra nazional-liberale, il nemico è lo Statalismo e il principio Sovra-nazionale della finanza globale, per il M5S l’impotenza del cittadino è dovuta allo strapotere del ceto politico-burocratico ed è questa distanza tra l’eletto e l’elettore che permette al primo di fare affari con imprenditori corrotti, finendo per prediligere gli interessi dei potentati economici a quelli dei cittadini. Mentre la Lega lotta contro lo Stato per un’economia libera da vincoli, il M5S lotta contro le “caste” politico-affaristiche che sono una degenerazione di corretti rapporti tra stato ed economia. Questo non significa che la lettura del M5S sia adeguata. Non lo è, perché continua a interpretare i fenomeni di irrigidimento burocratico e la corruzione come conseguenze di un male morale, elemento soggettivo che sarebbe possibile correggere con dosi di buona volontà e “onestà” (garantita dal rispetto di regole tecniche, formali, non da un cambiamento sostanziale dei rapporti sociali ed economici). Come vedremo, questo cedimento verso la “questione morale” è del tutto interno allo sviluppo, o alla decadenza, della tradizione della sinistra italiana la quale, non a caso, non possiede anticorpi per reagirvi. Per questo non da ultimo, come già osservato, la denuncia del moralismo del M5S viene sempre portata avanti in termini essi stessi moralistici (accuse di ignoranza, ottusità, furbizia, malafede ecc.).

La subalternità della sinistra storica al M5S

Anche se si traveste (sempre meno) da sinistra, il linguaggio del PD tradisce infatti la medesima natura interclassista del linguaggio del M5S. Preso per ciò che realmente dice, al di là della stucchevole retorica sui diritti civili (che poi vengono di fatto negati nel paese reale), il discorso del PD è integralmente sovrapponibile a quello del M5S. Preso per ciò che rappresenta realmente, invece, chiunque abbia dovuto pagare sulla propria pelle gli effetti distruttivi di quell’interclassismo sa bene che il discorso del PD è copertura di politiche filopadronali di una violenza inaudita che ha subito una pericolosa accelerazione nella sua fase renziana. Dunque è inevitabile che andando allo scontro politico il M5S ne esca vincitore (d’altronde, anni di bombardamento mediatico negativo non ne hanno minimamente scalfito la pervasività). Questo perché la sinistra è subalterna al M5S in senso (1) ideologico, (2) economico e (3) politico.
In senso ideologico. La sinistra ha infatti abbandonato al più tardi a partire dall’89 il riferimento all’analisi di classe per sostituirla con la mera rivendicazione di “diritti”. Le chiacchiere di Occhetto sulla fine della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre e il ritorno agli ideali della Rivoluzione francese dovrebbero convincerci di quanto l’attuale centralità del “cittadino” abbia una lunga storia alle spalle. Una storia che è tutta interna alla sinistra. In senso economico: dagli anni ‘90 in poi la sinistra ha, infatti, preteso governare la globalizzazione, tentando al più di “minimizzarne” gli effetti distruttivi sui ceti popolari e pensando l’Europa come cornice politica adatta ad un capitalismo dal volto umano. Non è stata in grado, né ha mai veramente voluto contestare la globalizzazione. Ma il problema è che anche la sinistra “radicale” che in teoria diceva di contrapporsi a quel modello ha pensato bene, si badi: in nome del “fronte comune” contro il berlusconismo, di dare il proprio beneplacito a quelle politiche ed è stata spazzata via dal malcontento popolare perdendo totalmente credibilità. Infine, in senso politico. Quella sinistra si è progressivamente arroccata sul suo misero privilegio, diventando ceto politico autoreferenziale, vivendo di salotti televisi, mediatizzandosi, personalizzandosi, fondendosi col sistema che diceva di voler riformare. Da questa fusione tra interessi economici e politici è nata quell’immagine di “casta” che è stata facile bersaglio degli strali del M5S. E c’è da aggiungere che il ceto politico della sinistra non ne ha azzeccata una, ha costantemente sbagliato l’analisi e le mosse da fare, ormai incapace di guardare al paese reale per interpretarne le esigenze frustrate e le aspettative. [2]
Qualcuno sostiene che circola “odio” e “livore” contro il PD, reazioni scomposte che verrebbero dalla “pancia” di ampie fette della popolazione e che questo sarebbe indice di una intolleranza violenta appena repressa, di un fascismo strisciante che colpirebbe il PD solo perché vede in esso l’immagine di chi difende gli “immigrati” o i “gay”. Insomma, il disprezzo verso il PD sarebbe un fenomeno proiettivo, una versione impersonale della Boldrini, assurta agli onori della cronaca come bersaglio preferito di becere polemiche da social. Ma dire questo è già concedere troppo al PD.
Dicendo così, infatti, si continua ad avvalorare la tesi, del tutto funzionale alla sua retorica anti-populista e alla sua strategia di ricollocazione politica, secondo cui c’è una “pancia” dell’elettorato che vota in modo irrazionale, laddove, ovviamente, la “testa” dell’elettorato voterebbe in modo razionale e, guarda caso, voterebbe PD e analoghe formazioni di centro-sinistra. Già questa distinzione tra pancia e testa è, oltre che problematica teoreticamente, integralmente classista e razzista: chi urla contro il PD è un plebeo, uno straccione, un povero demente senza arte né parte, un fannullone che abbocca al richiamo del “reddito di cittadinanza”, insomma, un terrone. Ora, è assolutamente possibile che le predilezioni dell’elettorato vadano verso persone discutibili e si facciano sedurre da slogan di facile presa, nessuno può negare che questo sia accaduto e accada tuttora molto spesso. Ma dal fatto che l’amore delle masse sia spesso mal riposto e illusorio non consegue affatto che anche il loro odio lo sia. E il PD è odiato per ciò che è, per ciò che ha fatto, non certo, o sicuramente non solo, per ciò che rappresenta nell’immaginario collettivo. Le masse che oggi disprezzano il PD lo disprezzano non per ciò che rappresenta ma soprattutto perché non le rappresenta. Non ne rappresenta gli interessi, le speranze, le paure. E questa certezza è un dato di fatto che non può essere scalfito da alcuna retorica. Il PD non ha altro modo di sopravvivere che piacere a chi oggi ne prova disgusto, ogni altra strada è un misero tentativo di aggirare il nodo centrale: di chi rappresenta gli interessi?

L’esaurirsi della spinta di rottura del M5S

Con questo, come già detto, non si dice affatto che il M5S rappresenti legittimamente, nè efficacemente quelle speranze deluse. Tutt’altro. Ma la sua spinta propulsiva non si è ancora esaurita, anche se l’esperienza di governo dovrà confermarne le limitate possibilità. Questa spinta propulsiva è esclusivamente critico-negativa, serve a mettere spalle al muro il discorso dominante della sinistra, strappargli il velo della menzogna che lo ricopre. I “poveri” e gli “ultimi” che di quando in quando compaiono nei discorsi dei leader del PD accanto alle minoranze che vanno difese in termini di diritti civili (il politicamente corretto), sono il mero condimento “umanitario” dello spietato cinismo della sua classe dirigente. Berlusconi occupava il ruolo simbolico speculare. Il M5S ha rotto questo schema binario costringendo la sinistra a confrontarsi con l’effetto delle proprie scelte al di fuori dell’alternanza tra centro-sinistra e centro-destra: aver rotto questa circolarità ha rappresentato la forza propulsiva del M5S ed essa non si esaurirà finché non verrà tolto ogni residuo abili al centro-sinistra ed esso o scomparirà per dar vita ad un soggetto politico classista, oppure si trasformerà radicalmente dall’interno (con una leadership sul modello Corbyin). Ma niente di tutto questo è all’orizzonte, anzi siamo attualmente testimoni di una reazione della classe dirigente del PD alla propria detronizzazione. Nessun leader politico di un partito normale potrebbe sopravvivere alla doppia batosta subita (referendum 2016, politiche 2018). Renzi invece si è dimesso senza essersi dimesso realmente e con lui tutto lo stato maggiore che ne aveva accompagnato l’ascesa. Di fronte ai timidi tentativi di Martina di sedersi al tavolo per dialogare col M5S, Renzi è intervenuto in diretta dallo studio televisivo di uno dei suoi salotti di riferimento per lanciare la sua abiura “nessun dialogo coi 5S!”. La cricca dirigente di ciò che resta della sinistra senza alcun cambiamento sostanziale, né di forma, né di sostanza, lancia ora appelli contro il fascismo e, addirittura, il “liberismo”! La credibilità di simili posizioni è nulla. Eppure c’è ancora chi è pronto ad abboccare all’amo, legandosi mani e piedi ad un’alleanza che non potrà che essere elettoralmente e politicamente fallimentare. Lo scenario che si profila è dunque inquietante.
Abbiamo infatti un governo che dovrà prima o poi scontrarsi con le proprie contraddizioni interne, in cui Salvini potrà utilizzare il tempo a disposizione per fare spot elettorali sulla pelle degli immigrati in attesa di poter capitalizzare alla prima crisi di governo un consenso da spendere nell’alveo sicuro del centro-destra. Il M5S verrà probabilmente logorato da questa esperienza di governo ma non tanto da perdere consensi in modo definitivo (poiché farà in modo di differenziarsi dall’alleato spostando a sinistra l’asse del suo linguaggio). Così, alla prossima tornata elettorale, si avrà ancora un risultato tripolare ma, questo il punto, il PD potrà sperare di polarizzare il consenso a sinistra grazie alla narrazione che sarà in grado di realizzare nei mesi del governo che ha di fronte. E dunque, nuovamente, la classe lavoratrice non avrà alcun rappresentante in Parlamento e non troverà spazio per organizzare nella società e nel paese un discorso alternativo, schiacciato tra le alternative fasulle del M5S e del “fronte repubblicano”.
Recuperare il voto della classe lavoratrice spostandolo a sinistra, mostrando la natura illusoria e piccolo-borghese delle politiche pentastellate è il fine. Il mezzo non può essere che smascherare ogni ipotesi di compromesso, ogni narrazione falsata della realtà dei rapporti di classe nel paese e nel mondo. Guardare in faccia l’orrore di questo governo è necessario, ma senza dimenticare l’orrore dei governi precedenti che ne sono direttamente e indirettamente la causa. Anzi, vedendone la necessaria continuità. Per le classi subalterne, l’unica possibilità di sottrarsi ad un destino segnato è organizzare l’autonomia della propria resistenza alle politiche padronali e progettare una vita al di là dei limiti imposti dal capitale. Tutto ciò non nasce e non si esaurisce nella sfera politica, certo, ma trova qui una sponda essenziale sia in termini di costruzione fattiva della legislazione sul lavoro che di elaborazione simbolica del proprio discorso. Oggi questa possibilità è sbarrata, da un lato, dal fatto che il M5S non ha ancora esaurito la propria funzione distruttiva della vecchia nomenklatura e, dall’altro, dal fatto che quest’ultima sta organizzando con un furbo colpo di coda la propria sopravvivenza a se stessa. Ma mentre il governo Conte può segnare l’inizio della parabola discendente del M5S e farne esplodere, almeno in parte, le contraddizioni e le ambiguità interne, lo spazio di rappresentanza politica che questo processo può aprire verrà offuscato e occupato dai tentativi del PD di organizzare attorno a sé l’ennesima ammucchiata di classi dirigenti decotte, burocrazie sindacali e società civile “politicizzata”. Sarebbe un’opzione sciagurata che riporterebbe quel che resta della sinistra nuovamente sotto l’egida di chi l’ha distrutta, senza alcuno straccio di autocritica, senza alcun cambiamento reale del proprio posizionamento rispetto ai conflitti di classe. Chi oggi, accecato dalla grida manzoniane di Repubblica e Corriere, dalle paranoie totalitarie, dalla propria insofferenza emotiva ai “grillini”, non vede che questo, non certo il governicchio del cambiamento che non c’è, è il pericolo che la classe lavoratrice si troverà ad affrontare nei prossimi mesi, è egli stesso parte del problema.

 

note

[1] Anche le polemiche sorte in occasione del primo rifiuto, tecnicamente ineccepibile ma politicamente gravissimo, di Mattarella di conferire l’incarico a Conte sono da rivedere a posteriori. La tesi di chi ha urlato “io sto con Mattarella” era che Lega e M5S si fossero impuntati su un nome “impossibile” da accettare per pura strategia elettoralistica. Se questo era vero non sarebbe dovuto nascere il governo Conte. Essendo nato il governo quell’ipotesi diventa ora carta straccia. Anche in questo caso, Lega e M5S vengono accusati dal PD, contraddittoriamente, prima di non aver voluto veramente formare un governo insieme e poi di averlo voluto a tutti i costi. La loro alchimia diventa “necessaria” e “inevitabile” dopo che si è detto ai quattro venti che era “impossibile” e “fittizia”. Che il PD possa dire tutto e il contrario di tutto è solo conseguenza del fatto che ciò che dice non è mai espressione di un’analisi di realtà, bensì solo propaganda interessata alla propria conservazione che di volta in volta sceglie l’oggetto della propria polemica in modo interamente strumentale e secondo le convenienze.

[2] Spesso vengo accusato di eccessiva durezza verso il personale politico della sinistra istituzionale a causa di una posizione “politicista”: ignorerei che le dinamiche economiche globali non permettevano di fatto al ceto politico del PCI-PDS-DS-PD di fare altrimenti. Obbietto che la mia posizione si pone invece ai limiti dell’economicismo perché considero irrilevanti molti dei “valori” della sinistra se non poggiano sul solido terreno dell’analisi dei rapporti di classe. La riduzione in schiavitù del migrante continua a farmi più orrore dell’intolleranza diffusa e non perché non veda la continuità tra questi due fattori, ma perché chi agisce solo sul secondo senza agire sul primo ne sta perpetrando l’alienazione complessiva. Perché pubblicare opuscoli e leggi “simboliche” per garantire “accoglienza” di per sé non modifica in nulla quella condizione. Mentre incidere sui rapporti reali di sfruttamento è la conditio sine quan non perché essa venga superata. Ora, io sono del tutto consapevole che le leggi dell’economia capitalistica non si lasciano modificare se non aggredendole là dove si costituisce la legge del valore, nel rapporto capitale-lavoro, e che dunque lo scenario economico internazionale è un vincolo difficilmente modificabile a piacere, e senz’altro non modificabile da chi quella legge non vede, né tiene in debito conto. Ma il punto è che il ceto politico di sinistra che ha inteso “governare” gli effetti  della globalizzazione l’ha fatto non solo a partire da questa insufficienza teorica ma non ha poi mai tratto le necessarie conseguenze pratiche. Se la situazione economica data non è modificabile, lo è il modo in cui ad essa si reagisce. L’essenza della politica sta tutta qua (dunque non sono affatto un economicista) ed è proprio su questo che va giudicato l’operato del ceto politico. Ora, quel ceto politico si è totalmente identificato con quella situazione economica, invece che cercare di trascenderla, e continua tutt’ora a non voler fare autocritica. Dunque è interamente condannabile e, anzi, ogni discorso sulla sinistra, se vuole essere minimamente serio, deve partire da un bilancio di questo fallimento complessivo e totale.

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